Dal porto delle nebbie di una contrattazione sottratta ad un qualsiasi controllo da parte dei lavoratori della scuola esce un accordo che, visti i risultati, avrebbe potuto essere firmato mesi addietro visto che si limita ad applicare quanto previsto dall'accordo interconfederale per tutto il pubblico impiego del 30 novembre 2016.


Il commento, oggi come allora, non può che essere sintetico: la “restituzione” fatta in termini economici ai lavoratori del comparto scuola è ridicola. Poiché il blocco contrattuale è quasi decennale, aumenti retributivi dell'ordine del 3,48% suonano come una beffa.

La verità è una sola: lo Stato usa i propri dipendenti per far cassa e soltanto in extremis si decide a rinnovare, con la minima spesa possibile, contratti scaduti da un decennio. A posteriori pensiamo che il far temere drastici peggioramenti normativi sia stata una strategia per far ingoiare meglio la pillola amara di aumenti irrisori.
All'opinione pubblica ed alla categoria vengono comunicate tabelle che prospettano incrementi retributivi di una certa qual apparente consistenza.
In realtà:
- non si recupera quanto perso fra il 2010 e il 2017 e cioè, in media, oltre 12.000 euro con picchi, per i docenti della scuola secondaria superiore con l'anzianità massima di 19.000 euro;
- non si recupera quanto perso con il blocco parziale degli scatti di anzianità;
se si considera la differenza fra aumenti lordi e aumenti netti si scopre che le cifre sono tutt'altro che esaltanti.
I lavoratori della scuola non recuperano con il rinnovo contrattuale se non una minima parte del loro potere d'acquisto; in particolare i docenti potranno mantenere il triste primato negativo dell'essere fanalino nelle statistiche internazionali sulle retribuzioni.
Il commento della ministra Fedeli (“Valorizzare chi lavora nei settori della conoscenza è un investimento per il futuro”) o è sbeffeggiante ironia o denuncia scarsa competenza linguistica nell'uso del verbo “valorizzare”. Alla soddisfazione della ministra fa tristemente eco quella dei sindacati firmatari, che più o meno si esprimono in termini analoghi.
Il fatto poi di affidare alla contrattazione di istituto la scelta di chi premiare con cifre peraltro risibili come “meritevole”, in luogo di essere una conquista è solo un modo di scaricare sulla spalle dei delegati sindacali di istituto il compito di mettere i colleghi l'uno contro l'altro e di accrescere il potere dei sindacati che hanno firmato il contratto.
Infine, è evidente che, prospettando peggioramenti normativi indecenti e poi rinviandoli, non escludendoli visto che sulla normativa che riguarda le sanzioni ci si limita ad affidarla ad una prossima sequenza contrattuale, si cerca di presentare un contratto miserevole dal punto di vista economico come il risultato di una contrattazione all'ultimo sangue e persino, con sprezzo del ridicolo, come una vittoria.

Contro il precariato,
contro la politica dei bassi salari,
contro la scuola della burocrazia e della “meritocrazia” fasulla il primo appuntamento è lo sciopero del 23 febbraio giornata in cui chi conosce la scuola dall'interno potrà far sentire la propria protesta e le proprie proposte.


CUB Scuola Università Ricerca

Torino 9 febbraio 2018

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