Dal 2005 ci troviamo di fronte a continui e  goffi tentativi di aggiustamenti della fallimentare Legge Veltroni (1996) sulle Fondazioni Liriche , secondo la quale  l'ingresso dei privati  avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi del settore . Non è stato così ed oggi ci troviamo al maldestro ultimo coup de théâtre del governo Renzi  che intende “sanare” i buchi di bilancio prodotti “dall'allegra brigata dei sovrintendenti”, facendo pagare ai lavoratori i costi pesantissimi della crisi della Lirica.



E’ fondamentale  eliminare completamente il comma 19 dell'art. 11  della legge Bray. Poiché, oltre a colpire il diritto alla malattia, (seppur favorevoli alle assunzioni per concorso pubblico), colpisce le assunzioni, blocca il turn over e viola i diritti dei lavoratori con contratti precari.

Vorremmo che la malattia, essendo i Teatri d'Opera  fondazioni di diritto privato, avesse un trattamento da aziende diritto privato, sia per il trattamento economico, che per le fasce di controllo medico fiscale.
È inaccettabile che  la governance delle fondazioni liriche  e dunque gli stipendi dei manager dei Teatri e dei CDA siano normati  dal diritto privato con cifre da capo giro  corredati da infiniti benefit e rapporti a tempo indeterminato, mentre ai lavoratori  viene assegnato la comparazione a  pubblica amministrazione con enormi limitazioni ai diritti  dei lavoratori, oltre che essere peggiorativo sotto l'aspetto economico.

Questa dicotomia o schizofrenia tra pubblico e privato è incominciata  con la Legge 100, detta Bondi . L'equiparazione dei lavoratori della Lirica a quella della Pubblica Amministrazione è  avvenuta  nei termini del tariffario tabellare di riferimento  nelle trasferte. Ciò ha significato una drastica riduzione dell' argent de poche o diaria per i lavoratori in tournèe.

Dalla legge Bray in poi, la malattia avrebbe un trattamento come nella Pubblica Amministrazione.
Noi siamo per abolire questo paragrafo della Legge, ma se non fosse possibile, si dovrebbe almeno chiarire che, per " stipendio base, s’intende il minimo tabellare" e che questo dovrebbe essere decurtato al massimo del 25% o anche meno della paga minima tabellare.
Sta passando  il principio di fare cassa sulla pelle di chi si ammala che è indegno ed intollerabile per i lavoratori della Scala che hanno già scioperato per questo motivo il 18 ottobre 2013 , il 26 aprile 2014 e il 27 giugno 2014.

Inoltre è da eliminare la retroattività del prelievo in busta paga dall' 8 agosto 2013 sulle malattie già effettuate, cioè da quando è stata introdotta la legge Bray .

Noi diciamo con forza: "giù le mani dalle tasche di chi si ammala".
I lavoratori versano fior di contributi  al Servizio Sanitàrio Nazionale ed all'Inps  e quando viene loro restituito qualcosa è perché ne necessitano e  non devono essere costretti a pagare odiose gabelle.

Se la questione è combattere l'assenteismo la strada  intrapresa dal governo è sbagliata, colpevolizzante ingiustamente di un’intera categoria e dei malati, e troveranno un muro dinanzi a loro.

Oltre alle questioni della malattia e della diaria,  c’inquieta l'introduzione del fondo di rotazione  e della possibilità di accedervi per ripianare i deficit di  bilancio delle Fondazioni dopo due soli anni consecutivi,  in cambio   del siluramento di tecnici e impiegati a tempo indeterminato  fino al 50 % dell'organico.

Questo non è risanamento, ma lacrime e sangue, indegno di un paese civile.

Dovrebbe avere un termine a breve  l'accessibilità al fondo per  poi chiuderlo definitivamente  prima di far tabula rasa  della Lirica Italiana, magari prima che termini l'Expo , data secondo cui, per molti, potrebbe cominciare l'attacco definitivo ai lavoratori del Teatro Alla Scala .

Ciò avverrebbe dopo aver assistito alla decimazione, già in corso, dei Teatri italiani.
I pochi Teatri che sopravviveranno a queste cure saranno mortificati e condannati a produrre solo concerti, qualche ospitalità e tante, in gergo teatrale, “marchette” per sopravvivere.

Bisogna depotenziare  o annullare  questi provvedimenti che in quattro e quattr’otto permettono di disfarsi di generazioni di lavoratori e di professionalità del Teatro.

La Scala, come gli altri Teatri, deve poter avere finanziamenti e raggiungere i pareggi di bilancio colpendo  gli sprechi  e non i lavoratori, ad esempio,  tagliando gli enormi stipendi a tempo indeterminato di 12 dirigenti e tanti sottoposti “super pagati” della “corte della zarina”, ovvero del direttore generale Maria di Freda e del suo fido Marco Amoruso, capo del personale. Si dovrebbe inoltre ridurre notevolmente il cachet   del sovrintendente.
Tutte le Fondazioni hanno gli stessi problemi e la soluzione che abbiamo prospettato per Il Teatro Alla scala si addicono anche agli altri Teatri.

La cultura, come dimostrato anche da  studi del settore,  è un investimento civile ed economico che crea PIL ed  indotti enormi nei centri delle città del nostro paese.

I teatri  devono semplicemente essere valorizzati dalle istituzioni politiche  e non combattuti come si trattasse di fonti  solo di sprechi e non di bellezza e di ricchezza culturale.


Milano 16.07.2014
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