Da qualche anno a questa parte i datori di lavoro hanno scoperto un nuovo modo per fregare i lavoratori.

Di fronte ad un continuo e inarrestabile aumento del costo della vita, di fronte ad un sempre più clamoroso disinvestimento in politiche di welfare pubblico (sanità, scuola, edilizia popolare ecc),

 il tutto accompagnato da una sempre più marcata perdita di potere d’acquisto dei salari, i datori di lavoro, invece di aumentare gli stipendi, hanno escogitato un metodo per pagare meno tasse (a detrimento del già malandato sistema di welfare pubblico), elargendo ai lavoratori rimborsi, buoni spesa e servizi, spesso e volentieri contrattati in cambio di ulteriori sacrifici da parte del lavoratore (ulteriore aumento della produttività, o dei ritmi di lavoro).
Si tratta del cosiddetto welfare aziendale, un sistema in cui ci guadagnano aziende, sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil (tramite la cogestione, assieme alle associazioni datoriali, degli enti bilaterali per il welfare integrativo), ma non i lavoratori. Vediamo perché:

1) Se in apparenza l’opzione premio in welfare aziendale sembra conveniente per il lavoratore, che risparmia sull’IRPEF agevolata al 10% e sui contributi previdenziali del 9,49%, in realtà si rivela una scelta svantaggiosa, poiché si perdono a proprio favore tutti i versamenti previdenziali dell’azienda di circa il 23,5%, più la propria parte di contributi previdenziali del 9,49%, mentre il risparmio per il datore di lavoro è di circa il 40%. In pratica su 1.000 euro erogati in welfare di benefit e servizi, l’azienda risparmia circa 390 euro tra imposte e contributi previdenziali non versati, mentre il lavoratore dipendente risparmia circa 22% tra IRPEF agevolata, addizionali locali e contributi previdenziali, ma perde tutti i versamenti previdenziali propri e dell’azienda in misura del 33%, circa 330 euro in meno sul proprio fondo pensione. Secondo uno studio di consulenza, 1.000 euro l’anno in welfare per 37 anni conducono a una decurtazione della pensione di 873 euro l’anno.
2) Con l’espansione del welfare aziendale, lo Stato sarà sempre più incentivato a disinvestire sul welfare pubblico, col risultato che senza copertura assicurativa non si potrà accedere alle cure sanitarie, così come senza pensione integrativa non si potrà usufruire di redditi durante la vecchiaia. Tutto ciò sarà consentito solo se in possesso di un posto di lavoro, quindi si farà di tutto per non essere licenziati, disposti a orari e turni massacranti per uno stipendio ridotto, poiché l’esclusione dal ciclo produttivo diventerà l’esclusione da ogni tipo di assistenza.
3) Le aziende e gli istituti privati che si sostituiscono al welfare universale non hanno alcuna intenzione di soddisfare “un diritto”, hanno semplicemente intenzione di guadagnarci. Appena una voce risulterà in perdita verrà scartata dal pacchetto di welfare, facendola ricadere sulla spesa pubblica. Col risultato che bisognerà pagare sia la sanità integrativa che le prestazioni sanitarie necessarie resosi più onerose, con il rischio di non poter accedere alle cure mediche.
4) Riflettiamo bene su cosa significa rimborso spese invece che aumento di stipendio. Il rimborso dell’asilo verrà elargito solo a chi ha figli in età da asilo e non agli altri lavoratori. Il rimborso spese per il corso di formazione, verrà dato solo a chi svolgerà questa attività. Si tratta quindi di surrogati di aumenti salariali dai quali molti lavoratori verrebbero addirittura esclusi. Contrattati poi su di un terreno in cui i margini di discrezionalità dell’azienda, già ampi, diventerebbero ancora maggiori, aggravando la debolezza dei lavoratori nei rapporti di negoziazione col datore di lavoro.

Così come l’azienda vuole DENARO SONANTE SUL PROPRIO CONTO CORRENTE (e non ammette altre opzioni) in cambio delle merci che vende, noi vogliamo DENARO SONANTE SUL NOSTRO CONTO CORRENTE, e non surrogati di esso, in cambio della vendita della nostra forza lavoro all’azienda. Ci penseremo poi noi a decidere come spenderlo, senza che l’azienda, paternalisticamente, lo faccia per noi rimborsandoci quel che reputa degno d’essere rimborsato.

Non vogliamo il welfare aziendale, ma aumenti salariali reali, tangibili e per tutti, oltre che ad un welfare pubblico efficiente.
Milano, novembre 2019

A.L.L.C.A. (Associazione Lavoratrici e Lavoratori Chimici-Affini)
Confederazione Unitaria di Base
20131 Milano - V.le Lombardia, 20 - Tel. 02/70631804 Fax 02/70602409 - www.cub.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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