Ovvero: come risolvere il problema della disoccupazione attraverso la ripartizione del lavoro esistente fra la totalità della popolazione attiva.

I processi di delocalizzazione e le logiche di sviluppo globali determinano un aumento della competizione e la scelta della riduzione dei costi del lavoro. E in Italia con il Jobs Act si è messo in atto un combinato disposto di “salari più bassi e minori tutele del lavoro”


La vita si allunga ma gli anni prestati al lavoro diminuiscono: si comincia sempre più tardi e si termina sempre più presto, poiché non si regge alla richiesta di competizione di super sfruttamento della prestazione. Di conseguenza, l’offerta di lavoro diminuisce e la domanda di lavoro cresce, ma l’orario di lavoro non viene ridotto: si potrebbe lavorare tutti e poco, ma c'è chi lavora troppo e chi non lavora affatto.
L’idea padronale del “lavorare molto, lavorare in pochi”, attraverso un maggior numero di ore di lavoro equivale a maggior produttività e sviluppo occupazionale è una risposta sbagliata.
La soluzione è una equa ripartizione del lavoro fra la totalità della popolazione attiva.
Diversi studi statistici dimostrano che i costi sostenuti dalle imprese, a fronte di una diminuzione dell’orario di lavoro dei propri dipendenti, non sono così gravosi. L’assunzione di nuovo personale permette una riorganizzazione più efficiente dei tempi e dei compiti e consente all’impresa di ripartire il carico lavorativo fra i dipendenti.

 


Un orario lavorativo più breve determina un aumento della produttività oraria dei lavoratori, una diminuzione degli infortuni e malattie, l’abbattimento degli errori per distrazione della stanchezza. Orari di lavoro brevi vogliono dire lavoratori più motivati, efficienti e lucidi; lavorare di meno determina un miglioramento quantitativo e qualitativo della prestazione lavorativa.

E’ dal 1969, quando si è passati dalle 48 alle 40 ore settimanali, che non si registra una diminuzione dell’orario standard di lavoro. Eppure la produttività del lavoro è aumentata ed i salari non sono aumentati in modo significativo: ciò vuol dire che i benefici dell’aumento di produttività sono andati quasi esclusivamente a vantaggio dei profitti.
Una possibile riforma strutturale che va nella direzione di una riduzione generalizzata del tempo di lavoro attraverso degli incentivi fiscali per rendere progressivamente più convenienti orari di lavoro ridotti e contemporaneamente disincentivare l’adozione di tempi più lunghi.
I soldi ci sono poiché virtualmente infiniti e costano praticamente zero.
La dimostrazione evidente sono il finanziamento di una guerra o il rifinanziamento del sistema bancario in fallimento, a cui come per magia i soldi spuntano sempre disponibili.

 

Allora perché per migliorare le condizioni di vita degli esseri umani non è possibile ?

 

Redistribuire e ridurre il tempo di lavoro è un orizzonte di giustizia e di benessere.  Non è una utopia ma una condizione necessaria!

 

A.L.L.C.A. (Associazione Lavoratrici e Lavoratori Chimici-Affini) Confederazione Unitaria di Base
20130 Milano - V.le Lombardia, 20 - Tel. 02/70631804 - Fax 02/70602409 - www.cub.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 


 

 

FaceBook