NON BASTA UN DECRETO CHIAMATO DIGNITA’ PER ELIMINARE IL CONFLITTO CAPITALE/LAVORO

Il cosi detto (Decreto Dignità) non modifica l’impianto del Job Act, allarga semplicemente le maglie, non ristabilisce la possibilità di reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Alza l’indennità massima da 24 a 36 mensilità e la minima da 4 a 6 mensilità. 
Per tutelare i diritti dei lavoratori e colpire la precarietà bisogna cancellare integralmente la legge Fornero, ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ed stenderlo a tutti i lavoratori.
Il decreto del governo non interviene strutturalmente sul lavoro precario ma ne limita la durata e di ciò la classe padronale saprà farne buon uso cambiando più frequentemente la forza lavoro.

Gli incentivi dovrebbero essere dati solo a chi assume con contratto a tempo indeterminato.
Con questi decreti il potere politico del “cambiamento” dimostra che gli interessi del padronato sono prioritari rispetto agli interessi dei lavoratori.
La vera dignità si potrà avere solo con la “piena occupazione”, con un salario dignitoso, con un sindacato forte e di classe dove i lavoratori sono protagonisti del futuro delle proprie condizioni.

Luglio 2018

Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti
FLMUniti- CUB

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Cosimo Scarinzi - Cub Piemonte

 

Dopo la prima raffica di peana, è bastata una lettura del “Decreto dignità” per rendere evidente che si tratta di poca cosa.

Basta rilevare due fatti evidenti, sarebbe bastato reintrodurre l'articolo 18 contro i licenziamenti illegittimi e stabilire con chiarezza che la forma ordinaria del lavoro dipendente è quello a tempo indeterminato e che il lavoro a tempo determinato è lecito in alcuni precisi e ben definiti casi per contrastare con forza la precarizzazione de lavoro che si sviluppa, ad opera di governi di destra e di sinistra, di sopra e di sotto, da decenni.
Al contrario il governo carioca si è limitato a rendere un po' più costosi i licenziamenti e un po' meno agevole l'uso del lavoro precario all'evidente fine di dimostrare sensibilità sociale senza scontentare troppo le imprese, si è comportato, insomma, come una sorta di partito del progresso moderato nei limiti della legge per citare per citare il mai troppo lodato Jaroslav Hašek.
Da cosa deriva dunque lo scarmazzo inverecondo da parte delle associazioni padronali, per un verso, e delle opposizione parlamentari improvvisamente riscossesi dal letargo?
Nel primo caso, spiace deludere i sinistrignaccoli convertiti al verbo carioca, si tratta di una normale tecnica contrattuale, il decreto legge deve essere ancora convertito in legge ed è possibile, possibilissimo, che venga reso ancora più blando e/o utilizzato dal padronato come merce di scambio per ottenere altre concessioni.
Nel secondo è una semplice attestazione di esistenza in vita e il tentativo di presentarsi sul mercato politico come rappresentanza degli interessi delle imprese, tentativo che, se è vero come è vero che il “Decreto dignità” non ha spaventato sul serio nessuno e che la Lega è una credibile garanzia per la rete delle piccole aziende, al momento ha poca vela.
In estrema sintesi, il “Decreto dignità” è stato il prezzo che la Lega ha pagato al M5S dopo un mese di oscuramento mediatico e può essere interessante seguire l'andamento della liason fra i due partiti ma, per quel che riguarda le relazioni fra le classi, se ha il pregio innegabile di non andare nella direzione alla quale siamo abituati da decenni, vale quello che vale.
Insomma, è un po' noioso dirlo, la partita vera si gioca altrove e cioè, appunto, nella relazione fra capitale e lavoro e fra stato e classe.

Luglio 2018

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