SU: L'IMPATTO SUL MERCATO DEL LAVORO DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE.
La Cub ritiene che sia utile partire dal presente per affrontare il futuro, perciò ricorda che:

IL TASSO DI OCCUPAZIONE è calato dell’1,4% dal 2008 al 2016 e si è ancor più allargato il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord; gli occupati di queste aree sono più del 6% inferiori a quelli del 2007.

 LA PRODUZIONE INDUSTRIALE nel primo trimestre del 2007 registrava quota 118 e nel 2016 è precipitata a quota 92, quindi un meno 26% secco.
GLI INVESTIMENTI tra il 2007 e il 2014 al netto dell’inflazione sono scesi di ben 109,4 miliardi di euro, pari, in termini percentuali, a una diminuzione di 29,7 punti.
PER QUANDO RIGUARDA IL REDDITO le diseguaglianze sono aumentate e sono state prodotte dal crollo della quota delle retribuzioni sul reddito nazionale diventata ormai tra le più basse dei paesi Ocse. A parità di potere d’acquisto, tra il 1988 ed il 2006, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia di circa il 16 per cento e un ulteriore calo del 10% si è verificato dal 2007 al 2016. Le disuguaglianze sono aumentate anche per effetto della finanziarizzazione dell’economia e della concentrazione delle ricchezze in poche mani.

Ciò profila un paese con una avanzata deindustrializzazione, con meno occupati, meno reddito e più disuguaglianze.

STANTE QUESTA SITUAZIONE MI SENTO DI RICHIAMARE L’ATTENZIONE SU QUANTO SIA IMPORTANTE PARLARE DEI DANNI E DEGLI EFFETTI DELLE SCELTE DELLE AZIENDE E DELLE POLITICHE DEI GOVERNI DEGLI ULTIMI DECENNI PER POI PARLARE DELLE RICADUTE DELL’INNOVAZIONE TECNOLOGICA ED INFORMATICA FUTURA.

Fino a non molto tempo fa esistevano fabbriche gigantesche riempite da macchinari e da moltitudini di operai. La sopravvivenza dei lavoratori dipendeva dall’avere un lavoro e l’accumulazione del capitale dipendeva dalla capacità di impiegare mano d’opera. Lo stabilimento era la casa di entrambi ed, al contempo, il campo di battaglia per una guerra di trincea combattuta, con alterni successi, per nuovi diritti dei lavoratori e per contrastare la pretesa libertà dei datori di lavoro nella determinazione delle condizioni di lavoro e dei trattamenti retributivi.
Quello scenario oggi risulta completamente rivoluzionato dal “liberismo” e da chi lo ha condiviso; esso ha consentito al capitale di localizzarsi laddove poteva realizzare più profitti, di tagliare l’occupazione e svalutare il lavoro. La privatizzazione delle aziende manifatturiere pubbliche e delle aziende di servizi ha sconvolto interi settori e ha contribuito alla deindustrializzazione, senza ridurre il debito pubblico e senza nuovo sviluppo (alfa romeo, italsider, telecom, alitalia insegnano).

E’ dilagata la frammentazione del mercato del lavoro e si è imposto il lavoro, precario, intermittente falsamente autonomo, a tempo determinato. A volte persino senza alcun contratto. Con la premessa di aumentare l’occupazione, sono state abbattute tutte le tutele dei lavoratori ma nessun obiettivo è stato raggiunto.
Per superare gli effetti negativi di tali scelte, spesso viene enunciato un generico impegno a favore della crescita. Impegno che dovrebbe portare a maggiori investimenti ed a maggiore occupazione. Purtroppo, anche secondo l’Ocse, l’economia italiana rimarrà debole e, se l’occupazione è una vera priorità del paese non c’è alternativa alla redistribuzione del lavoro esistente. Nelle condizioni attuali, il lavoro effettivamente disponibile non è sufficiente per tutti coloro che vorrebbero lavorare. Quindi, per cambiare davvero la situazione non c’è altra strada che quella di una riduzione degli orari, in funzione di una diversa ripartizione del lavoro e un reddito garantito per tutti.

Il nuovo modello capitalistico e l’impatto della «terza rivoluzione industriale», come si definisce l’incremento esponenziale dell'innovazione tecnologica nei settori dell'informatica, nanotecnologia, biotecnologia, intelligenza artificiale, automazione, domotica, robotica e soprattutto ad un ampliamento degli spazi dell’e-commerce, della società dell'informazione, anche nel settore della pubblica amministrazione rappresenterà un ulteriore problema che si aggiunge ad una situazione già compromessa.
Cub ritiene che l’obiettivo prioritario e decisivo debba essere la costruzione di nuovi posti di lavoro. Negli ultimi anni la perdita di occupazione nell’industria è stata in parte, sostituita dall’occupazione precaria, a part time e con salari a livello della sussistenza in settori “poveri” sul piano del valore aggiunto come la ristorazione veloce e il cosiddetto terzo settore. Ciò non sarà più possibile; la stessa tenuta fiscale andrà rivisitata essendo fuori controllo il posto in cui si produce e si vende.

Oggi abbiamo bisogno di buoni posti di lavoro, a tempo pieno e indeterminato e soprattutto in settori “ricchi” sul piano del valore aggiunto e del contenuto tecnologico, cioè nell’industria e nel terziario avanzato, la cui crescita è collegata a sua volta a quella dell’industria.
Il che richiede, a sua volta, più investimenti fissi che incrementino il valore della produzione, valorizzando l’utilità sociale e minimizzando sprechi, rifiuti e soprattutto riciclando materiali e risparmiando energia. Investimenti quindi per finanziare attività produttive e socialmente utili, non certo per l’acquisto di beni esistenti per ottenere una rendita, interessi e dividendi.
La disoccupazione è e resterà alta e altissima quella giovanile, perché è in crisi il modello di sviluppo basato sugli interessi del capitale e perché gli investimenti pubblici da tempo sono in caduta libera.

Per un lavoro stabile e tutelato servono ingenti risorse pubbliche da utilizzare per far crescere occupazione e redditi con:
a) la bonifica dei siti inquinati, la messa in sicurezza del territorio, il risparmio energetico; la ridistribuzione del lavoro cominciando col ridurre di 4 ore l’orario settimanale di lavoro per creare un milione di posti subito
b) aumentare salari e pensioni e per tutti un reddito garantito di 1000 €/mese
c) garantire il diritto universale alla salute, alla cura senza tickets, all’abitare, allo studio e al trasporto pubblico universale
d) ripristinando il diritto dei lavoratori ad eleggere democraticamente i propri rappresentanti aziendali, decidere sulle piattaforme e sugli accordi.

Milano 24/05/2017 

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