E non di qualche decina o centinaia ma di decine di migliaia di posti di lavoro.


La “contrazione” dei posti di lavoro inizia negli anni '90 (occupazione 220 mila) e coincide con l'avvio dei processi di privatizzazione dell'azienda: prima Ente Pubblico Economico, poi SpA, e ora con la quotazione in Borsa 123.000 occupati più circa 8.000 ctd precari a rotazione (fonte ufficiale Corte dei Conti, Bilancio Poste 2018).

Il “risanamento” aziendale, fiore all'occhiello di tutti gli AD passati e recenti, è stato ottenuto falcidiando circa 100mila posti di lavoro. La privatizzazione infatti non è solo una scelta macroeconomica neoliberista ma uno strumento delle “politiche occupazionali” per ridurle da una parte e per precarizzarle dall'altra. La scelta è precisa, sotto attacco deve andare la condizione dei lavoratori, imputati di “vivere sopra le proprie possibilità” e dunque da ricondurre ad una subordinazione più “accettabile”. I sindacati hanno accolto questa favola e il risultato è l'attuale stato dei lavoratori e il nostro spaventoso arretramento, al punto che anche chi lavora non ce la fa ad arrivare a fine mese.

Un capolavoro!... dal punto di vista capitalista.
In Poste le cose non sono andate diversamente. Contro il carrozzone clientelare che mangiava soldi allo Stato e con bilanci in perenne perdita occorreva una svolta, e questa l'hanno data i neoliberisti, i fautori del mercato, del “privato è bello” ecc. Ma la loro ricetta non poteva che essere quella dell'attacco ai livelli occupazionali, di una “riorganizzazione” di tempi e mansioni, tutte
inquadrate nella vulgata liberista. Via i “tempi morti”, via le pause (in azienda tutto il tempo è produttivo!), via la missione sociale (le società per azioni non hanno uno scopo sociale bensì speculativo), via i servizi sociali (sono improduttivi, meglio i servizi finanziari), via le tutele (sono dei laccioli)... infine via l'occupazione, il vero costo, il vero cuore dell'attacco.
In una azienda di servizi è ben strano che questi si riducano anziché vederli aumentare, per soddisfare nuove esigenze che emergono dalla vita in continuo cambiamento. I servizi sono un bene che deve servire all'intera collettività; da qui si parte affinché anche il singolo ne usufruisca, e non il contrario; né si può accettare che i servizi li abbia solo chi può pagarseli: questa è una concezione reazionaria di società, concepita come una giungla anziché come una collettività cooperante e solidale a venire.

Che l'occupazione in Poste è diminuita nei decenni e continua a diminuire non lo diciamo solo noi. Nell'audizione alla Camera del 12 novembre 2019 i sei sindacati postali, hanno affermato, anche vantandosene, che dagli anni '90 ad oggi l'occupazione è in costante calo, che il “costo del lavoro” è diminuito del 40%...e senza che ci siano stati scioperi, in un clima di pace sociale che i sei sindacati hanno garantito ecc. ecc., allargando così il principale pilastro delle diseguaglianze.
Dunque l'AD Matteo Del Fante quando parla di nuove assunzioni (briciole) deve mettere sul piatto le espulsioni massicce (mistificate con gli incentivi all’esodo) entro il 2021 altri 5.200 tagli e spiegare perché vuole chiudere gli uffici postali nelle grandi città, dopo che è stato stoppato il progetto di chiusura degli UP nei piccoli comuni, e rispondere alla domanda se è vero che tra 10anni, secondo sue dichiarazioni, l'occupazione di Poste diminuirà di altre 70mila unità.

12 gennaio 2020

COBAS Poste
CUB Poste
SI COBAS Poste
SLG-CUB Poste

        tagli-occupazione-in-Poste-SPA.pdf

 

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