Bisogna insistere e tornare su questa questione perchè strati importanti di lavoratori stanno uscendo dalla passività, cominciano a mobilitarsi, si danno le prime forme di organizzazione; forme da sostenere, da incoraggiare, a cui dare tutto il nostro appoggio.

La realtà che la propaganda racconta come normalizzata è invece una fucina di conflitti, ora aperti ora latenti: recapito, ctd, trasferimenti sono oggi le situazioni dove è più manifesta una volontà di lotta.
I lavoratori, sempre più numerosi, si distaccano dai sindacati tradizionali da cui non si sentono più rappresentati avendone constatato il grado di corruzione e di puntello per i padroni, e iniziano a lottare per i propri interessi; sentono che se non si fa così, se non si uniscono, se non si mettono insieme, nulla cambia. E noi lavoratori abbiamo interesse invece a che la situazione cambi, eccome!, e che cambi effettivamente, radicalmente, non con qualche aggiustatina di facciata.

Arriviamo così al cuore del problema: cambiare sì, ma come?

Qui si gioca una parte importante e decisiva del ruolo e dei compiti dei sindacati di base. Ci affidiamo alle interpellanze parlamentari? Chiediamo udienza a Palazzo Chigi? A “nuovi e onesti governi amici”? In una parola: organizzarsi per cercare l'amicizia del governo, o organizzarsi per rilanciare il conflitto?
Le rivendicazioni dei lavoratori non sono questioni morali (cattiveria aziendale, inumanità da correggere con l'intervento di un governo “al di sopra delle parti” (?), giusto (??), ecc.) ma materiali: lottare per migliorare le condizioni di lavoro, per aumentare salari e stipendi, per un'occupazione piena e con diritti, contro disoccupazione, sfruttamento, precarietà. E per precarietà non intendiamo solo quella dei ctd ma anche quella dei trasferimenti che è una precarietà mascherata, non meno ma spesso più ingiusta, perchè affonda le radici in uno sviluppo distorto della storia d'Italia.

La precarietà non è un fenomeno passeggero tantomeno un'opportunità come favoleggiavano i maitre à penser a libro paga ma una condanna salariale! E' penetrata nel mondo del lavoro sino a diventare l'asse portante dell'attuale fase liberista; un elemento strutturale di una organizzazione del lavoro che è orientata al massimo profitto non alle necessità umane, che appunto può schiacciare con tratto burocratico. Contro questo moloch non valgono le preghiere, le invocazioni a “mettersi una mano sul cuore” ma bisogna lottare, strappare, questi diritti.
Ma lottare significa, in primo luogo, organizzarci, sostenerci a vicenda, rispondere insieme, costruire la nostra forza, non quella di altri.

Oggi, in questa situazione di disgregazione sociale, dopo cioè che il movimento dei lavoratori è stato prima tradito poi sconfitto, è solo la lotta che decide. Non c'è più un quadro istituzionale influenzabile dalla spinta dei lavoratori. Oggi il quadro istituzionale è costruito sulle logiche del profitto; ed è qui il punto da aggredire, senza farci deviare da falsi obiettivi.

Tempi lunghi? Non più dell'illusione che riposa nella testa di chi crede che il cretinismo parlamentare possa assolvere a qualche compito. E poi i tempi non sono un dato fisso, scolpito nelle tavole delle scienze politiche ma dipendono dalla volontà di lotta, dalla tenacia, e dalla forza, sia numerica che decisionale, dei lavoratori.

AVANTI CON LE LOTTE
AVANTI CON L'ORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI, INDIPENDENTE DA PADRONI, GOVERNI, PARTITI

novembre 2018

Collettivi Unitari di Base dei Lavoratori delle Poste

C.U.B. POSTE

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