- PALESTINESI non riusciranno mai ad avere la meglio sul discorso israeliano finché continueranno a usare la violenza come mezzo per portare avanti la loro lotta di liberazione nazionale. Non perché essa sia sempre un mezzo illegittimo, ma perché in questo contesto è un mezzo controproducente».

Non risparmia le critiche alle leadership palestinesi Rashid Khalidi, professore di storia alla Columbia University, autore di libri come «Identità palestinese» e «Il ritorno dell'impero» (entrambi pubblicati in Italia da Bollati Boringhierì). Khalidi è stato consigliere della delegazione palestinese nei negoziati di pace del I 991-93 e il suo giudizio, dopo la guerra di Gaza, è molto duro: «Non siamo in Algeria, in Vietnam o in Sudafrica. N ella situazione dei palestinesi i mezzi e le tattiche che altrove si sono dimostrate efficaci non funzionano. Perché di fronte c'è un nemico con una storia diversa, con una presa senza pari sull'immaginario occidentale, non solo per l'Olocausto, ma per la Bibbia stessa. Senza un ripensamento delle tattiche e della strategia nazionale di liberazione, non ci sono prospettive a breve. E purtroppo temo che dopo questa guerra il ripensamento non ci sarà».
- Perché? Che impatto ha avuto questa guerra sulla societàà palestinese?
Le violenze a Gaza sono state indicibili e Israele ha dimostrato ancora una volta di avere, come propria risorsa, l'uso della forza. Ci vorranno anni per superare i traumi dei bombardamenti e il loro impatto sui bambini, sui giovani. Credo non si possa dubitare del fatto che, dopo un' esperienza del genere, cresca nei giovani palestinesi il desiderio di vendetta, la radicalizzazione. E ciò non farà che portare a nuova violenza. Se poi ai due cessate il fuoco unilaterali non corrisponderà la fine dell' assedio di Gaza, con la riapertura dei valichi per l'Egitto e per Israele, non ci vorrà molto prima che la violenza torni a esplodere.
- Quali saranno le conseguenze della guerra sulla leadership di Hamas e dell'Anp?

Il fatto che una parte della leadership di Hamas sia stata spazzata via dai bombardamenti potrebbe non avere conseguenze immediate sulla linea di condotta del movimento, ma è presto per dirlo. Certamente, il fatto che Hamas possa dire di aver resistito all' esercito israeliano e di essere ancora in grado di colpire con i razzi il sud di Israele, rafforzerà la sua immagine. Gaza però non è il Libano e Hamas non è Hezbollah. Intendo dire che loro diranno che sono stati i lanci di razzi a costringere Israele a fermarsi, così come hanno detto che il ritiro israeliano del 2005 è stato una loro vittoria. In realtà, non è con i razzi che si «libera» Gaza. Il ritiro del 2005 è stato conseguenza della decisione israeliana di concentrarsi sulla colonizzazione della Cisgiordania, e Gaza non è stata «liberata» dato che l'occupazione è andata avanti sotto un' altra forma, quella dell' assedio e dell' embargo.
Quanto a Fatah, la sua credibilità è al minimo storico. N e12006 i palestinesi, pur non essendo del tutto d'accordo con Hamas, hanno voluto punire Fatah e la sua incapacità di governare per il bene dei cittadini. L' arrendevolezza di Fatah in queste ultime settimane, così come la sua complicità di fatto con un assedio durato un anno e mezzo, hanno distrutto, credo, quel che restava della sua credibilità. Nonostante l'appoggio degli Usa, Fatah è sempre di più un guscio vuoto senza sostanza.
Può darsi però che nei prossimi mesi si assista a uno spostamento dell' opinione pubblica palestinese. Il sostegno dato ad Hamas aveva già vacillato per le scelte che il movimento ha fatto nei mesi dopo la vittoria elettorale e nel governo di Gaza. Non tutti i palestinesi, per esempio, sono d'accordo con il lancio di razzi contro Israele. Bisognerà vedere se dopo la campagna israeliana questo sostegno sarà indebolito o rafforzato. In questo secondo caso, Hamas potrebbe avere un consenso più ampio su cui contare.
- Alcuni analisti parlano di impasse strategica: Israele, dopo la guerra del 2006 contro Hezbollah e dopo la campagna contro Gaza, ha dimostrato di non poter vincere con le armi. Potrebbe essere questo l'impulso per un nuovo negoziato di pace?
Dipende da molti fattori. il primo, e più immediato, è l'esito delle elezioni israeliane dellO febbraio. il secondo è capire se i palestinesi riusciranno a mettere in ordine le proprie cose e a superare il distruttivo e stupido scontro tra Hamas e Fatah. il terzo, e non meno importante, è l'atteggiamento della nuova amministrazione statunitense. La scelta di tempo dell' attacco su Gaza è stata ovviamente decisa perché il governo israeliano contava sull' accondiscendenza di un' amministrazione Bush ormai in uscita. Tuttavia è stato anche un modo per mettere dei paletti alla nuova presidenza e far capire, attraverso per esempio i documenti approvati dal Congresso, che se davvero si vuole cambiare la politica statunitense in Medio oriente ci saranno molti ostacoli da superare.
- A quali condizioni potrebbe ripartire il negoziato?
La condizione principale è che bisogna rendersi conto, e accettare, che negli ultimi diciotto anni è stata seguita una strada sbagliata, soprattutto da parte di Israele, degli Usa e dell'Autorità nazionale palestinese. Loccupazione oggi è peggiore di quanto non fosse nel 1991 r quando furono avviate le trattative di Madrid; il numero dei coloni israeliani nei territori palestinesi è raddoppiato e la pace è molto più lontana. Senza questo cambiamento di rotta qualsiasi negoziato è destinato a fallire, come del resto è avvenuto negli ultimi diciotto anni. Hamas da parte sua deve decidere cosa fare: o si accetta di stare nella cornice degli accordi di Oslo, che sono certo da migliorare e modificare, e cioè - per esempio - di partecipare alle elezioni palestinesi, o si sceglie di stare fuori da questa cornice. Non si può stare a metà. Non dico che sia meglio fare l'una cosa o l'altra, dico solo che Hamas non può stare dentro e contemporaneamente fuori dalla cornice di Oslo. r.:Europa e gli Stati uniti, intanto, devono lavorare perché l'assedio a Gaza cessi del tutto .
- Da più parti comincia ad essere avanzata l'ipotesi di arrivare non a due Stati per due popoli, ma a uno Stato per due popoli. Le sembra un'ipotesi credibile?
Siamo già, de faeto, nella situazione di uno Stato, ma uno Stato per un popolo, con l'altro popolo oppresso in modo permanente. N egli ultimi diciotto anni la presa israeliana sulla totalità della Palestina del mandato britannico si è consolidata e siamo vicini al punto in cui diventa difficile invertire la rotta. Non si può affrontare il discorso se sia meglio una soluzione equa e giusta che porti a due Stati per due popoli o invece una soluzione equa e giusta per creare uno Stato binazionale, se prima non si esce dalla realtà di un' occupazione durissima e capillare. E per poterlo fare i palestinesi devono ripensare alla propria strategia di lotta, altrimenti continueranno a soccombere di fronte a uno Stato, a un popolo, a un nemico, che riesce, con successo, a presentarsi come l'eterna vittima anche quando è una potenza regionale con armi nucleari. Quello israeliano è un discorso efficace, che funziona, almeno sui media, nonostante quello che Israele è capace di fare. Perfino nonostante la verità.

CARTA GEOGRAFICA 23-29 gennaio 2009

LA violenza è destinata a tornare se non viene tolto l’assedio a Gaza nei più giovani la guerra ha creato un sentimento di vendetta che rischia di rafforzare il radicalismo


AIUTI alla Striscia di Gaza, oltre a 1300 morti e più di 5 mila feriti, ha subito più di due miliardi di dollari di danni materiali.
La Lega araba ha deciso di stanziare due miliardi di dollari per la ricostruzione. La sola Arabia sa udita ne ha stanziato uno.

MANIFESTAZIONE il 17 gennaio 2009 a ROMA contro l’aggressione Israeliana a GAZA

 

 

 

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