L'azienda delocalizza in Polonia. Gli operai bloccano i tir, la valle è solidale con loro. In Val Susa è tornata la lotta. E' quella dei 78 della CABIND. Da <Liberazione> 3 marzo 2009 -



Torino - Se qualcuno ha ancora dei dubbi riguardo la determinazione degli imprenditori a cavalcare "la crisi" per trarne beneficio deve venire a fare un giro in val Susa. Da queste parti interessi politici ed economici stanno schiacciando l'acceleratore per rimodellare la societàà, per abbattere il lavoro ed il sindacato, per allocare il capitale in maniera "migliore".
Lo fanno palesemente e lamentandosi: "chiagni e fotti", come direbbero i napoletani.
E sfondo di tutto la fantomatica Tav, sempre più ambita, bramata e desiderata dai poteri forti. "Apriremo i cantieri nel 2011" diceva Virano trionfante l'altro giorno, " il 2011 sarà l'anno degli scontri" gli ha risposto il segretario del Prc Paolo Ferrero.
Gli ingredienti della vicenda non sono una novità: una fabbrica che produce elettrodomestici, la Cabind di Chiusa san Michele con 78 lavoratori, due soli sindacati presenti Fiom e Cub, il manager americano ed i lavoratori polacchi.
Svolgimento: venerdì venti febbraio i delegati sindacali vengono chiamati dal capo del personale.
Poche parole, le solite: la fabbrica chiude, i conti vano male, la situazione non è sostenibile. Niente cassa integrazione, 75 giorni di vita ancora e poi ai cancelli verranno messi i lucchetti. Mobilitazione significa licenziamento. E poi basta, fuori dalle palle, il dado è tratto.
Ci avevano già provato nella primavera del 2008 a chiuderla la Cabind, poi però ci fu un casino, la popolazione della val Susa si mostrò come al solito ultracompatta e determinata, e allora i managers fecero il passo indietro. Trascorrono i mesi, la situazione pare tranquilla, la crisi c'è ma non è quell'uragano di cui si parla in televisione. A conferma della stabilità della situazione giunge anche un alto dirigente dagli Usa che lavora nella casa madre la Eci, una mega multinazionale.
Raccontano i lavoratori: «Quell'incontro ci rassicurò molto. I dirigenti ci dissero che la Cabind avrebbe proseguito la produzione anche nel 2010. Furono convincenti anche perché non avevano ragione di darci notizie false. E poi il lavoro non è mai mancato, abbiamo sempre fatto tre turni e persino il sei per sei con sabato lavorativo».
E invece a distanza di soli cinque mesi tutto è cambiato e la situazione "non è sostenibile". Il buco nel sacro bilancio 2008 sarebbe di quattro milioni di euro, con delle prospettive ancor più impegnative per il 2009. La perdita economica c'è ma da qua a chiudere tutto ce ne corre. Anche perché la cosa che lascia sempre più perplessi è la determinazione degli imprenditori a non cercare nessuna via d'uscita concordata con i lavoratori. Bon, finito, tutti a casa, questa è la procedura diffusa nelle piccole e medie imprese, dove il sindacato è debole ed i lavoratori ricattabili.
Questo il presente... e indovinate dove sarà invece il futuro della Cabind?
«Porteranno tutta la produzione in Polonia, dove un operaio guadagna trecento euro al mese se va bene. Nei mesi passati sono venuti diversi ragazzi polacchi ad osservare lungo le linee» sostengono i lavoratori. Nelle loro parole non c'è nessuna acrimonia verso i loro compagni dell'est, «anche loro devono imparare un mestiere per campare», dicono. Ma fuori da ogni dietrologia la presenza dei giovani polacchi nei mesi passati lungo le linee di produzione italiane è una circostanza diffusa che fa nascere qualche sospetto. Ovvero che gli imprenditori sapessero da tempo della buriana in arrivo, e per tempo si siano preparati per risolvere molti problemi, per chiudere dei conti in sospeso.
Operai ed impiegati Cabind non ci stanno e decidono di lottare.
Duramente. La produzione non è sospesa, non viene proclamato nessuno sciopero ma, e qua sta la novità assoluta quantomeno nel panorama piemontese, bloccano l'uscita degli autotreni dallo stabilimento con un picchetto. La fabbrica è presidiata giorno e notte da lavoratori e parenti determinati. L'obiettivo dell'azione è bloccare la produzione delle linee polacche che necessita di alcuni componenti fabbricati alla Cabind.
Le scorte in Polonia dovrebbero durare ancora sei settimane, dopo ci sarà un problema di approvvigionamento da risolvere. «Arriviamo alle cinque del mattino e andiamo avanti per turni. La popolazione è solidale e ci porta aiuti di ogni genere». Il sindacato è ovviamente d'accordo, Cub e Fiom si è detto, ed anche i sindaci della bassa val Susa. Presente da subito anche la sezione del Prc di Bussoleno.
Il futuro è nebuloso. Ma il presente è una pietra angolare che potrebbe fungere da esempio per molti altri lavoratori, spesso invogliati da sindacalisti più o meno compiacenti ad avere posizioni più morbide. Sulle spalle dei lavoratori Cabind, e di tutta la popolazione della val Susa che li sostiene con determinazione, c'è la responsabilità à di una lotta che potrebbero fare da pericoloso - per i padroni - precedente.

da <Liberazione> 3 marzo 2009 -
 Di Maurizio Pagliassotti

 

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