Politica del lavoro: intervista al prof. Gallino «Cambiare l'impresa, stop alla flessibilità»
di Anubi D'Avossa Lussurgiu

Professor Gallino, due cifre si sono abbattute sull'Italia:
quella della media delle retribuzioni rilevata dall'Ocse e quella della stima sulla crescita del Pil nel 2008 fatta nella Trimestrale di cassa, prossima allo zero.
C'è ora chi dice che per incrementare i salari occorre rilanciare la produttività: ma non è quest'ultima a rivelarsi fallimentare? E non ne è responsabile il sistema d'impresa?
Questa è una storia ormai lunga, di un decennio se non di più. Infatti la magnificata stagione delle privatizzazioni ha di fatto ridotto ulteriormente la dimensone della imprese italiane: non abbiamo più giganti industriali in senso stretto, paragonabili non solo a quelli che hanno Francia e Germania ma persino a quelli della piccola Svizzera. La verità è che adesso noi continuiamo ad essere abbastanza forti solo in quei settori che, nel mercato globale, diventano deboli:
come gli articoli per la casa o l'abbigliamento di fascia media. Dunque, sì:
la produttività è obiettivamente un problema. Ma non si può scaricarla sugli operai: è stata bassa anche e prima di tutto quella del capitale. Molto più bassa della media europea. Non c'è stata una politica adeguata di investimenti. E sono questi che mancano anche quando si parla di produttività del lavoro. Manca la formazione, sopra ogni cosa: in una recente e ampia inchiesta indipendente sui metalmeccanici, è emerso che solo il 20 per cento ha ricevuto formazione pagata dalla propria azienda. E per una media di 2 minuti al giorno. Qualcosa che lascia semplicemente sgomenti.

Sulla qualità del lavoro, sulla visione della sua organizzazione complessiva, non pesa anche in modo determinante un altro dato: quello del sommerso, quei 3 milioni e mezzo di lavoratori "al nero"?
Come sa, è un filone di ragionamento su cui insisto da anni. Bisogna cominciare a chiedersi se flessibilità in Italia non abbia come risvolto anche la bassa produttività del lavoro. Perché, insieme e oltre alla formazione, conta l'esperienza del lavoro. E se si sta in azienda pochi mesi o pochi anni, questa non si accumula di certo. Qui ci sono due problemi enormi: il sommerso è il primo e dovrebbe, appunto, entrare in pieno nel discorso della flessibilità. Non si dica infatti che è illecitamente concorrenziale rispetto alle aziende "pulite", perché tra economia formale e informale c'è un filo strettissimo: rilevabile in primo luogo proprio nell'uso della manodopera, compreso lo sfruttamento di quella immigrata.
Guardiamo i numeri:
secondo l'Istat sono 2 milioni i lavoratori a tempo pieno irregolari, cui vanno aggiunti altri 3 con un secondo lavoro nel sommerso. La cifra netta risultante, a parità d'orario, è quella dei 3 milioni e mezzo citati. In più, abbiamo tra i 4 e i 5 milioni di precari "per legge". Il secondo problema è l'eccesso di lavoro autonomo: nel nostro Paese siamo al 26 per cento della popolazione attiva, mentre nell'Ue la media si aggira sulla metà e negli Usa sono l'8. E' un peso che alimenta in parte anche l'orientamento all'elusione fiscale, quando non all'evasione. E in quel settore, poi, c'è maggiore Possibilità à di manovrare sui prezzi delle prestazioni e e delle attività. Il che acuisce lo squilibrio rispetto ad un lavoro dipendente sofferente di salari così depressi. Alla fine, in 10 anni la quota del Prodotto interno lordo che va al lavoro dipendente è stata ridotta di 10 punti: e 8 punti sono 120 miliardi di euro. Pur se la classe operaia - che alcuni sostengono non esistere più, salvo dover prendere atto di quando muore sul lavoro - ha subito sconfitte anche in altri Paesi, da noi l'attacco subito è senza paragoni.

Questa flessibilità da "poor-work" non è forse anche lo specchio dell'organizzazione del sistema produttivo?
Ecco, basta guardare come dicevo al problema della dimensione delle aziende in Italia. Siamo arrivati al punto che il numero medio di dipendenti nelle imprese non individuali è tra i 6 e i 7: se si comprendono anche quelle individuali, poi, la media generale scende sotto i 4. E' un fortissimo limite del nostro sistema produttivo.

In questa luce, senza volerla spingere nell'arena del confronto elettorale, davanti alla caduta della produzione non è clamorosamente paradossale il corteggiamento "bipartisan" nei confronti del cosiddetto modello del Nordest, nel quale la micro-impresa impera?
Guardi che per me è molto chiaro: nella nostra classe politica dominante, trasversalmente, manca qualsiasi ragionamento di politica industriale. Ma poi: il famoso "modello Nordest" scricchiola ormai da anni. E oggi alimenta la delocalizzazione, semmai: in Romania su 23mila imprese italiane che vi si sono stanziate, con una media di 50 dipendenti, la maggior parte viene dal Nordest e in particolare dal Veneto. Anche se guardiamo le politiche d'impresa nel loro complesso, sulla scena italiana, c'è una domanda di fondo urgente. Perché, ad esempio, le prime 50 aziende per fatturato hanno conseguito nello scorso biennio utili notevolissimi: e che ne hanno fatto, dunque, dei profitti?
La risposta c'è: piuttosto che investirli, l'hanno trasformati in dividendi o in acquisto di azioni. Questo si fa principalmente con due obiettivi: rendere più difficili scalate esterne; e accrescere il valore delle stock-options. Infatti i compensi dei manager toccano oggi dimensioni di 350-400 volte il salario medio. Questa politica ha un effetto generale: la sottrazione di investimenti allo sviluppo produttivo.
Tra l'altro, molti indizi dicono che anche il primo di quei due obiettivi perseguiti dalle aziende non le mette a tutt'oggi al riparo dal rischio di nuovi e maggiori "take-over" dall'estero...
La realtà e che il rischio di take-over è costante e altissimo ovunque. Perché lo impongono le cosiddette "leggi" della nuova finanza. E' sul piano mondiale che le imprese sono colte dall'euforia della "dannazione della grandezza", per accrescere il proprio valore di borsa.

Siamo qui al punto sorprendente del dibattito economico in questa nostra vigilia elettorale: è Tremonti, dal centrodestra, a porre in primo piano i venti di crisi della globalizzazione. Per proporre misure protezionistiche, mentre dall'altra parte gli si risponde - sotto tutele come quella di Monti - che prioritaria resta la "sfida competitiva"...
Io penso che l'intero insieme delle analisi dell'economia contemporanea sia in Italia ad un livello piuttosto basso. Molto diversamente accade, guarda caso, negli Stati Uniti: dove si inseguono le analisi che prevedono, mutatis mutandis , il sopraggiungere di un nuovo 1929. Quanto al confronto tra le ipotesi di Tremonti e quelle del suo campo di critici, da Monti ad altri, a mio parere mancano tutte di osservare un dato fondamentale: circa il 60 per cento delle importazioni che arrivano dalla Cina - ma vale anche per l'India o il Messico - sono in realtà trasferimenti di beni da un settore geografico all'altro da parte della stesse imprese occidentali. Imprese che vanno a produrre dove il lavoro costa meno ed è più spietatamente sfruttato: come l'Ibm, la Nokia e lo stesso made in Italy . Allora che si fa? Ci si accorge o no del vero problema? Oppure si mettono dazi sull'Intel, che importa i microprocessori da lei stessa prodotti in Thailandia e che certo quel mercato non assorbe? O invece vogliamo "competere" con le lavoratrici che nell'estremo Nord messicano guadagnano tra i 7 e gli 8 dollari al giorno, quando a soli 30 chilometri più a settentrione, negli Usa, se ne guadagnano 20 all'ora? E' la logica complessiva della globalizzazione che resta fuori dal quadro di quelle analisi. Ma è con quella logica che andrebbero invece fatti i conti, seriamente. E se si insiste sulla competitività, bisogna intendersi: ci si confronta o no con quel che fa il sistema produttivo tedesco, ad esempio, che compete sul know-how, sull'applicazione intelligente di tecnologie avanzate anche su settori tradizionali? E' questo che in Italia manca: e a non farlo sono le imprese. Ed è questo, si badi, che sta anche dietro al discorso della sicurezza sul lavoro...

Dietro i morti di lavoro?
Precisamente: da cambiare sono, da noi, le politiche del lavoro e la struttura del processo produttivo. Cui si connette quella scandalosamente scarsa formazione dei lavoratori: come questa, anche la sicurezza ha bisogno d'un fattore fondamentale, che si chiama tempo e che è sottratto dal modello di flessibilità prescelto in questi anni. E' una correzione che va fatta guardando non solo al territorio nazionale, visto che si muore anche di più che da noi nei Paesi cosiddetti terzi: ma per le stesse ragioni di fondo.

Ha un'ultima considerazione, professore?
Sì: farei attenzione a leggere quel rapporto dell'Ocse. Le cifre sulle retribuzioni vanno prese per quello che sono ed è indubbio che ci collocano vergognosamente "in coda". Ma forse in quel rapporto c'è anche l'intenzione d'un altro attacco allo Stato sociale: perché si dice che il problema, per i salari italiani, sta nel peso del prelievo obbligatorio. E' una falsificazione, visto che non si può ridurre quella percentuale a puro prelievo fiscale quando esso copre voci che in Germania o Francia sono scorporate: come le sacrosante pensioni o le assicurazioni sugli infortuni. E' molto facile dire che bisogna abbassare le tasse, tutti ne avremmo sollievo: ma in gioco ci sono gli asili, le scuole, la ricerca, la previdenza. E guardate che succede del calcolo della produttività del lavoro: un conto è quella calcolata per ora lavorata, la più appropriata, un altro quella tarata su una media per ogni singolo lavoratore. E se si calcola così, certo che l'italiano produce meno dello statunitense: perché quello lavora ancor più ore, proprio per far fronte alla necessità di procurarsi economicamente quel che qui è tutela sociale, a partire dalla sanità.

Da “LIBERAZIONE”
13/03/2008
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