di GIAN ANTONIO STELLA dal “Corriere della Sera” del 16 dic 04 

MARGHERA

Non li hanno ammazzati le sigarette e il cabernet, come insinuavano certi avvocati. Tre anni dopo la sentenza di primo grado che aveva assolto tutti gli imputati, offrendo a qualche difensore lo spunto per battute oscene tipo «tutti moriamo, prima o poi», gli operai uccisi dal cloruro di vinile al Petrolchimico di Marghera si son visti ieri restituire l'onore. Il verdetto d'appello ha infatti rovesciato la precedente decisione condannando i principali imputati come responsabili degli omicidi bianchi.
Un anno e mezzo a testa. Troppo poco e troppo tardi, forse. Ma quanto basta, col macigno della prescrizione caricato sulla reputazione di altri dirigenti del gruppo chimico e degli stabilimenti veneziani e con la minaccia di risarcimenti a catena, per dar ragione al pm Felice Casson e spazzar via la tesi di quanti hanno giurato per anni che tutto era in ordine, in linea con l’indecente circolare del ’77 nella quale si diceva che, avendo l'impresa «come fine il profitto» era inutile esagerare con le precauzioni e le costose manutenzioni: «bisogna correre dei ragionevoli rischi».
L’ultimo a correre quel «ragionevole rischio», che al Petrolchimico significava essere esposti all'aggressione dell’angiosarcoma seicento volte più di una persona normale se lavoravi nella «coorte» del Cvm o addirittura seimila volte di più se avevi avuto la sorte di finire tra gli addetti alle autoclavi, sarà sottoposto oggi, per ordine della magistratura, a una autopsia. E’ morto l’altro ieri. Prima di avere il tempo di vedere ribaltata quella sentenza che nel dicembre 2001 era stata salutata dai parenti delle vittime con lacrime e pianti e sfoghi: «Vergognatevi! Vergognatevi!» Erano stati 33, da Basso Olindo a Zabbeo Giovanni, gli operai aggiunti alla lista dei morti durante lo svolgimento del processo di primo grado.
Sono oltre una trentina quelli morti dopo l’inizio del processo d'appello. Un processo che più volte la difesa aveva cercato di far saltare per tener buono il trionfale verdetto assolutorio di primo grado. Un verdetto così stupefacente che poche ore prima, convinti d'esser schiacciati dalle prove e d'andar incontro a una legnata, i legali di Montedison s'erano rassegnati a concordare il risarcimento danni più alto di tutti i tempi: 550 miliardi di lire.
Ci avevano provato, a far saltare il banco, chiedendo ad esempio di ricusare un giudice, Daniela Perdibon, perché quindici anni fa, da pretore del lavoro, aveva riconosciuto le ragioni di un lavoratore addetto al Cvm: come poteva avere ora il necessario distacco? Una domanda interessante. Curiosamente mai posta però, nel primo processo, nei confronti del presidente Nelson Salvarani, che di sentenze simili ne aveva emesse cinque.
O di Antonio Liguori, uno dei giudici a latere, che quando era sostituto procuratore aveva ricevuto la prima denuncia sugli omicidi bianchi firmata da Gabriele Bortolozzo, il piccolo grande eroe di questa storia, destinato a morire sotto un camion, e l'aveva archiviata. Così che, se avesse riconosciuto le buone ragioni dell'impianto accusatorio di Casson, avrebbe in qualche modo dato torto a se stesso.
Il verdetto letto ieri da Francesco Aliprandi, che arriva dopo troppe assoluzioni e archiviazioni ed evaporazioni umilianti per le vittime di «tremende fatalità» del passato dovute all'errore, alla sciatteria o al cinismo umani, è per molti aspetti storico. E non solo perché apre inimmaginabili varchi alle eventuali richieste di risarcimento della Regione, della Provincia, del Comune, dei parenti degli operai morti rimasti come parti civili.
E' un verdetto che butta là dove andavano buttate certe tesi difensive (c'è chi ha vantato la bontà delle vongole alla diossina) sulla «modesta pericolosità» di certe lavorazioni chimiche che nei decenni hanno causato danni enormi a una realtà delicatissima e unica al mondo quale la laguna di Venezia, dove soltanto dal 1984 al 1997, dopo che già erano entrate in vigore varie leggi ambientali, vennero scaricati in 5,1 miliardi di metri cubi di acqua inquinata, pari a 12 volte il volume dell'intero bacino.
Che chiude definitivamente le polemiche su casson che, reo d'aver detto a caldo dopo l'assoluzione generalizzata che si trattava d'«una sentenza che si commenta da sola», era finito nel mirino di un'azione disciplinare disposta da Roberto Castelli il quale, vista bocciata la sua iniziativa dal Csm, aveva insistito facendo ricorso in Cassazione.
Che premia le battaglie di chi, come gli animatori del sito www.petrolchimico.it, hanno impedito per anni alla polvere di posarsi sui fascicoli pubblicando parola per parola ogni minimo dettaglio del processo. Che conforta tutti coloro che hanno scovato, uno dopo l'altro, documenti raggelanti, come il bollettino interno che dimostra come ancora nel 1985 (a dispetto di chi ha sostenuto che la pericolosità dei reparti omicidi era stata «quasi annullata» nel 1973) la Montedison sapesse che la concentrazione di piombo era 2091 volte superiore al lecito. Per non parlare dello smascheramento dei cosiddetti «controlli».
Come l'uso del «gascromatografo», un apparecchio che doveva vigilare sul livello dei gas liberati nell'aria dal Cvm e dar l'allarme in caso di fughe: gli allarmi erano una rarità, ma per un motivo preciso: la macchina era stata tarata in modo tale da cogliere solo un decimo delle emissioni.
Ma più ancora, come dicevamo, è una sentenza che restituisce l'onore, sia pure troppo tardi, a uomini come Ennio Simonetto, uno dei tanti operai uccisi dai veleni. Lavorava alle autoclavi, i giganteschi «pentoloni» dove le micidiali sostanze erano «bollite» per fare il Cvm (cloruro di vinile monomero), il prodotto base per la plastica. Uno di quelli che, finita la lavorazione, entravano tra esalazioni da svenimento nei recipienti, per «togliere le croste». Una operazione così rischiosa che i poveretti picchiavano le pareti con martelli di bronzo: fosse partita una scintilla sarebbe saltato tutto in aria. Al primo processo, a sentire certi avvocati della difesa, pareva quasi che fosse stato ucciso dal vino e dalle sigarette.
Non beveva. Non fumava.
Ed era morto dopo un'agonia dei mesi, durante i quali era stato sottoposto a ripetute visite fiscali. Uno dei dirigenti aveva infatti spiegato al Gazzettino che lui sapeva bene perché tutti quegli operai andavano in malattia: «sono degli scansafatiche», «assenteisti», «vagabondi»... 

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