La crisi di credibilità delle Borse dopo l´ultimo venerdì nero


Nei giorni del settembre nero del 1989, il rappresentante della Federal Reserve, la banca centrale americana, rispose a chi gli chiedeva in una riunione a porte chiuse che cosa si potesse fare per impedire un collasso del sistema finanziario: «Pregate».
Saranno in molti, in questa mattinata del 13 agosto 2007, da Tokyo, a Hong Kong, a Milano, a Londra e poi a Wall Street seguendo il corso del sole e dell´apertura delle Borse, a riscoprire il loro Dio, perché il terrore di un «meltdown», di un nuovo 2001, di un nuovo crollo dei mercati è altissimo.
E la fiducia negli uomini e nelle donne chiamati a impedirlo, dai responsabili della Banca Centrale Europea alla Federal Reserve americana, per finire a George Bush, è inversamente bassissima.
Nessuno è in grado di dire se questo ennesimo agosto nero delle Borse sia un grosso temporale o un uragano Katrina.
Appena una settimana fa, Bauduoin Prot, presidente della grande banca internazionale Paribas, rassicurava i mercati e i suoi azionisti spiegando che l´esposizione del suo istituto ai crediti ad alto rischio, i mutui e i finanziamenti dati a clienti di dubbia solidità, era «trascurabile». Meno di cinque giorni dopo questa dichiarazione, Paribas spiegava di «non sapere», in realtà, quanti fossero e dunque sospendeva ogni operazione in questo settore.
Dunque, o Prot, come tanti altri, mentiva o neppure lui, ipotesi ancor più angosciosa, sa di che cosa stia parlando.
In momenti come questo, quando torna vero il monito del Nobel Paul Samuelson secondo il quale l´economista più bravo è soltanto colui che sa spiegare meglio perché ha sbagliato tutto, al centro di questa tempesta estiva ci sono, come è ormai vero dal crac del 1929, gli Stati Uniti.
Nell´euforia dell´"euro forte", nelle sempre smentite previsioni di un´Europa pronta rimpiazzare l´America e il dollaro come cuore finanziario del mondo e come detentore della nuova valuta globale e di riserva, ancora una volta si dimostra vero che «quando l´America ha il raffreddore, l´Europa starnutisce».
Il raffreddore americano, che potrebbe essere sintomo di una malattia più grave, ha preso la forma della «bolla immobiliare», erede diretto, ma ancora più serio, di quelle gigantesche «bolle» speculative che esplosero nel 2001, con il collasso delle «punto.com», dell´universo surriscaldato della nuova economia Internet. E prima, negli anni 80, con lo sgonfiamento della «bolla delle obbligazioni spazzatura».
Il boom immobiliare degli ultimi sei anni, con almeno 700 miliardi, se dobbiamo credere alle cifre dei banchieri, pompati nelle tasche di debitori «sub prime», che non si potevano cioè permettere di pagarli ma puntavano sui bassi interessi e sulla teoria del «cretino più cretino di me», su qualcuno che avrebbe comperato a duemila ciò che lui aveva oggi comperato a mille, si è miseramente e prevedibilmente sgonfiata.
I mutui a tasso variabile sono saliti, sotto la stretta di una Fed guidata da un presidente, Bernanke, afflitto dalla stessa ossessione antiinflazionista che già aveva accecato Greenspan, aumentando i costi di chi già stentava a reggere il peso iniziale dei ratei. E il beato «cretino più cretino» è scomparso.
Oggi non ci sono compratori, perché non ci sono finanziatori disposti a sostenere il rischio, non ci sono «liquidi» sul mercato, perché la banca centrale americana, la Federal Reserve, perennemente ossessionata dal rischio inflazione, aveva chiuso i rubinetti e la casa, sempre il motore primo dell´economia reale americana, è un motore in panne.
Ma lo scoppio della bolla immobiliare e del mercato dei crediti ad alto rischio, i «subprime» nel gergo finanziario, è la manifestazione della crisi in atto, non della sostanza.
La sostanza, il cuore del cuore della grande paura di agosto, quando i mezzi finanziari tradizionali usati in questi casi, come la tardiva trasfusione di danaro nelle vene del paziente esangue fatto venerdì scorso sia dalla Banca Europea (200 miliardi di euro) sia dalla Fed americana (40 miliardi di dollari), c´è una materia impalpabile quanto essenziale per lubrificare quel motore ormai fuso e questa materia è la credibilità di chi governa, dunque la fiducia di chi è governato.
Questa essenziale «valuta»
oggi si è volatilizzata perché chi la dovrebbe coniare, è un personaggio senza più alcuna credibilità interna o internazionale, George W. Bush. Eppure lui, come la Federal Reserve è il «lender of last resort», il finanziatore dell´ultima spiaggia per le banche (e i quindi i loro clienti) prossimi al naufragio, dovrebbe essere l´approdo morale e politico al quale la barca in tempesta si aggrappa.
Bush, che ha indicato nell´economia e nella sua politica fiscale il solo spendibile successo, ci ha provato, uscendo con una dichiarazione che avrebbe voluto essere rassicurante e suonare, per una volta, competente: «I fondamentali della nostra economia sono solidi – ha detto ricordandosi di avere un Master in Economia targato Harvard – siamo in rotta per un atterraggio morbido e non ci sono problemi di liquidità».
Meno male. Poche ore dopo, la Fed iniettava i 40 miliardi di dollari di liquidità al paziente America, così immediatamente contraddicendo nei fatti le parole del Presidente e dimostrando quello che ogni impiegato di banca o di borsa americano oggi sa, che è proprio la mancanza di liquidi, di danaro, il problema. Persino i fogli di parte più disperatamente bushisti, come il fedelissimo Weekly Standard dei neo conservatori superstiti, ha dovuto ironizzare, osservando che queste sue parole «hanno sollevato ricordi di Herbert Hoover», il presidente repubblicano che nel 1929 predicava ottimismo, mentre l´economia precipitava verso la Grande Depressione degli anni 30.
L´ottimismo è credibile soltanto se è credibile chi lo spaccia. Sfortunatamente, questa amministrazione, che ha portato allo stremo il grande esercito americano in Iraq (ora si torna a parlare di reintrodurre la leva per puntellare i volontari esausti) non ha riserve morali, politiche, amministrative, per sostenere con azioni di governo quello che la Federal Reserve fa con i propri, limitatissimi, mezzi tecnici, che consistono sostanzialmente nell´immettere fondi sul mercato e quindi aumentare la circolazione del danaro riducendone così il costo.
Con un debito nazionale di 9 mila miliardi di dollari, arrivato ormai al 70% del prodotto interno lordo, la panacea economica bushista, la riduzione delle tasse, non è proponibile nè sarebbe utile. E da un Presidente che ottiene la fiducia del 35% dei propri concittadini, che da quattro anni predica mitici «progressi in Iraq» smentiti dalla continua escalation di truppe, non possono venire parole o promesse che rassicurino l´americano della strada davanti a una casa pignorata o il finanziere che regge un portafoglio di crediti inesigibili e di immobili il cui valore di mercato non sa più stabilire.
Senza una ricostruzione della credibilità dell´amministrazione americana, e non soltanto di essa perché la fiducia nei governi è oggi moneta assai scarsa quasi ovunque, nessuna trasfusione di fondi potrà impedire il rischio di un´anemia finanziaria perniciosa e di una diffusione della malattia a tutti i mercati, perché i soldi non sono scomparsi, è la volontà di prestarli, di investirli, di puntarli, che si è volatilizzata.
Non è stato Bush a creare il classico ciclo di «boom and bust», di bolle e di esplosioni che serve alla crudele funzione fisiologica di incendi e uragani, quella di ricreare le condizioni per la nuova crescita, che per ora negli Usa resta attorno a un accettabile due per cento annuo. Ma è come i Presidenti, e gli uomini che loro hanno scelto, affrontano le tempeste che dà la misura del loro valore.
Il nuovo presidente della Fed, Ben Bernanke, chiamato a sostituire Greenspan, è alla sua prima prova e il giudizio su di lui deve ancora attendere. Su Bush, che deve trascinare l´America, e noi, nei diciassette mesi della sua straziante agonia politica di papero zoppo, il giudizio è già stato dato.
Aspettando le prossime settimane, di fronte alla incompetenza e alla scarsa credibilità del governo americano, è arrivato il momento di sperare nella Federal Reserve e soprattutto di seguire almeno uno dei suoi consigli più convinti. E metterci, tutti noi che abbiamo risparmi, obbligazioni, mutui, debiti e crediti, aziende, investimenti o semplicemente uno stipendio, come nel 1989, a pregare. Allora, innegabilmente, funzionò.

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