Da “Liberazione”

di Claudio Jampaglia

Milano 1 luglio 2003

 

Sciopero a Cassina de' Pecchi, la solidarietà con Marcianise. Delegazioni unitarie a Roma

Caso Siemens. Le ragioni di una lotta che unisce Sud e Nord, padri e figli


«Erano vent'anni che non vedevamo una lotta così partecipata», fuori dallo stabilimenti della Siemens di Cassina de' Pecchi (Milano) c'è soddisfazione già alle sei e trenta. La fabbrica è chiusa, i cancelli sono presidiati da un centinaio di operai, a cui se ne aggiungeranno molti altri durante la giornata. «Sono entrati solo il direttore del personale e due dirigenti della produzione», conferma Tonino Vetrano delle Rsu e del Fmlu-Cub. Alcuni operai sono venuti con le famiglie e i figli, così sotto un gazebo vengono messi a disposizione carta, e pennarelli e un po' di animazione.

Mentre a Milano si ferma la fabbrica a Roma arriva una piccola delegazione di giovani da poco entrati in fabbrica in solidarietà e unione con gli operai Siemens di Marcianise, giunti in 300 da Caserta per impedire che una delle poche storiche realtà industriali della zona venga spezzettata e chiusa. Storie che si ripetono.

Operai che non si fanno dividere e restano uniti sapendo che il primo che cede fa cadere tutti. Un fatto importante soprattutto perché avviene tra due unità distanti, tra generazioni diverse di operai e dopo diversi tentativi di dividerli da parte dell'azienda. Così, mentre le delegazioni sono a colloquio col sottosegretario Gianni Letta - che promette l'attenzione del governo e chiede che la trattativa si riapra entro dieci giorni - Francesco Galloro della Fiom spiega che la strada è ancora lunga: «Dobbiamo rimanere uniti contro l'outsourcing, la Siemens vorrebbe tagliare tre quarti dei posti di lavoro di Marcianise per poi venderla insieme a Cassina», magari spezzettandola in tante altre esternalizzazioni. Il piano "industriale" è presto detto: 570 posti di lavoro da mettere in "mobilità lunga" (420 a Marcianise su 710 e 150 nel milanese) ed esternalizzazioni per 300 dipendenti di Cassina e per un numero non precisato al Sud (probabilmente tutti).

Dai primi di giugno l'agitazione delle Rsu è grande. Già una settimana fa a Cassina c'era stato un sciopero con corteo interno molto partecipato. Mentre quelli di Marcianise avevano bloccato per due ore i caselli dell'autostrada "del sole" a Caserta. Ieri si è ripetuto. Unità e lotte reali. Un segnale ulteriore che alla crisi profonda dell'industria metalmeccanica lavoratori e sindacati rispondono con determinazione per non essere completamente cancellati o esternalizzati.

La storia Siemens parla chiaro, dal 1996 ad oggi i lavoratori esternalizzati, a L'Aquila a Cassina e in altri stabilimenti, sono finiti dalla padella nella brace. Il caso più emblematico, quello degli operai dell'installazione finiti a Tecnosistemi da mesi senza stipendio. Il ricatto dell'azienda è tutto qua. Accettare l'esternalizzazione. Di fronte al rifiuto dei lavoratori si preannuncia uno scontro frontale. Due giorni fa la Siemens minacciava la chiusura totale di Marcianise, ma la domanda da porsi è: quale futuro se si accetta lo smantellamento che l'azienda pretende? Nessuno, almeno secondo Rsu, rappresentanza di base, Fiom e persino alcuni consigli comunali, specialmente nel casertano che rischiano di ritrovarsi a casa gran parte della popolazione occupata.

A Cassina lavorano ancora 1.150 addetti, impiegati e operai specializzati, di quella che per molti era la nuova aristocrazia operaia dell'elettronica e delle telecomunicazioni. Qui si fabbricano tecnologie per i telefonini di terza generazione, l'Umts e altri protocolli. Quello che doveva essere il "futuro della comunicazione" e di cui rimangono decine di spot pubblicitari abbastanza idioti. Oltre al flop di un settore che non è mai partito e su cui in pochi scommettono ancora.

Eppure l'amministratore delegato di Siemens Mobile Communications, Luigi De Vecchis, aveva dichiarato solo sei mesi fa: «In un momento nel quale tutti parlano di Umts, noi siamo invece in grado di portare fatti concreti. In Italia siamo un passo avanti a tutti gli altri». Era una dichiarazione, una delle tante, volta a rassicurare mercato, azionisti e ad abbaiare ai concorrenti. Con l'Umts si è alimentata una "bolla speculativa" a sfondo tecnologico che poco ha a che fare con la realtà di sviluppo e di prodotto del settore. Eppure, come ricorda Tonino Vetrano: «Basterebbe il 5% di quello che spendono in pubblicità per mettere a posto i nostri contratti». Troppo realista e un po' retro, meglio continuare a buttare in televisione immagini di alienazione a cristalli liquidi e idiozie cellulari. Tanto pagano gli operai. 

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