“Corriere on line” 28 genn04

VIAGGIO NELLA BASE

Il «chi è» dei comitati: macché sinistra, in Italia solo due destre


MILANO
- Si fa presto a dire Cobas. Questo termine viene usato sempre più spesso come sinonimo di «sindacati di base». In realtà i sindacati di base sono talmente tanti che è quasi impossibile contarli. Qualche esempio. Della galassia Cobas fanno parte SlaiCobas, SinCobas e coordinamento Cobas. Quest’ultimo, antesignano del mondo Cobas, è comparso alla fine degli anni ’80 nel mondo della scuola. Lo SlaiCobas è nato nel ’91: è forte soprattutto nell’industria e nei trasporti. Il SinCobas nasce nel ’96 da un gruppo fuoriuscito dallo SlaiCobas vicino a Rifondazione comunista. Poi c’è la Cub, Confederazione unitaria di base, che ha mosso i primi passi nel ’91. Sviluppandosi da una costola dei metalmeccanici milanesi della Cisl.
Nei trasporti i sindacati di base non si contano. Da alcuni mesi a farla da padrone è il neonato Sult (oltre 3.500 gli iscritti dichiarati) fondato lo scorso giugno come confluenza di tre organizzazioni: il Sulta del trasporto aereo, l’Ucs (Unione dei capistazione delle Ferrovie) e il Cnl, Confederazione nazionale lavoratori trasporti.
L’elenco potrebbe continuare. Negli anni ’90 allo sviluppo dei sindacati di base hanno contribuito diversi fattori. Tra cui l’insoddisfazione per un mercato del lavoro sempre più flessibile. I tagli nel pubblico impiego. La tendenza delle aziende a riorganizzarsi ed esternalizzare. E, negli ultimi anni, la perdita di potere d’acquisto degli stipendi.
Queste organizzazioni hanno alcuni denominatori comuni. Prima di tutto cercano di rappresentare le fasce sociali meno abbienti. Poi aborrono il principio della concertazione. «E’ nei fatti: negli anni ’90 la concertazione ha peggiorato le condizioni dei lavoratori. La gente l’ha capito, per questo ci sceglie sempre più spesso», sostiene Vittorio Granillo, del coordinamento nazionale Slai Cobas. Le simpatie politiche dell’iscritto al sindacato di base si rivolgono a sinistra. Ma non si può parlare di sudditanza rispetto ai partiti. «Al contrario, siamo noi del sindacato di base a proporre una visione del mondo e della societàà, sostituendoci in questo al mondo della politica», precisa Aurelio Speranza, del Coordinamento nazionale di lotta degli autoferrotranvieri in cui confluiscono sei sindacati di base.

«Io stesso - racconta Speranza - vengo dall’esperienza del ’68. Allora sì, era la politica la bussola di riferimento.Oggi non più». «Per noi non esistono destra e sinistra, ci sono semplicemente due destre», taglia corto Piergiorgio Tiboni, del coordinamento nazionale della Cub.
Anche lo stereotipo dell’iscritto al sindacato di base con la tuta blu e le mani sporche di grasso è tutto da rivedere. «Sempre di più i nostri iscritti sono giovani con contratti precari. Oppure impiegati pubblici colpiti dalla crisi e dalle ristrutturazioni degli anni ’90. Immigrati. Negli ultimi tempi stiamo raccogliendo iscritti persino nelle banche», tira le somme Tiboni della Cub.


Per quanto riguarda l’apertura di credito che giunge dal ministero dei Lavoro, l’entusiasmo è scarso. Valuta Claudio Signore, in prima linea tra i Cobas dei trasporti: «Più che una carezza ai Cobas quello di Maroni è uno schiaffo al sindacato confederale».

Rita Querzé  

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Il manifesto 28genn04

Maroni corteggia i Cobas

Il ministro leghista per catturare il voto di protesta apre ai Cobas e evoca la legge sulla rappresentanza. Cautela dei sindacati di base. Cisl imbufalita
MANUELA CARTOSIO


La reazione incacchiata di Pezzotta autorizza a prendere per fondata l'ipotesi avanzata ieri dal Corriere della Sera: «Maroni prepara la svolta sui Cobas». Il ministro del Welfare starebbe valutando la Possibilità à di aprire un tavolo con le organizzazioni di base, fin qui escluse dalla trattative in quanto non firmatarie dei contratti nazionali. «Se chi fa più casino è più rappresentativo, allora chi è più grande può farne di più, io potrei fare un gran macello», replica il segretario della Cisl. La rappresentanza è legata ai «numeri» non al «casino», obietta Pezzotta, Maroni rifletta «con più attenzione». La mossa di Maroni avrebbe due scopi. Dare un altro colpo ai confederali, scavalcati dagli scioperi spontanei e selvaggi degli autoferrotranvieri. Scioperi massicci soprattutto al Nord. Di qui l'intenzione della Lega d'intercettare il voto di protesta di chi (sono tanti) sciopera con i Cobas e non milita a sinistra. A Treviso, ad esempio, dove la Lega continua a fare il pieno alle urne, ha scioperato il 97% degli autisti dei bus. Ancor più inviperito di Pezzotta, il segretario della Fit Cisl Claudio Claudiani definisce «un'avventura» l'eventuale apertura ai Cobas e promette «tolleranza zero». Più sobrio il segretario della Filt Cgil Fabrizio Solari: «Invece di improvvisare tavoli, Maroni si preoccupi di fare una legge sulla rappresentanza. Nel pubblico impiego la soluzione è stata trovata, per il settore privato no». Sorprendentemente, pochi minuti dopo una dichiarazione di Maroni sembrerebbe dar retta al consiglio di Solari: la sede più opportuna per capire la ribellione dei tranvieri e per affrontare il problema della rappresentanza è «il parlamento». Davvero il ministro è in campagna elettorale, commenta scettico Piero Bernocchi, «di tempo per approvare una legge sulla rappresentanza ne hanno avuto sia il centrodestra che il centro sinistra e non l'hanno fatta. Anzi, hanno ristretto ulteriormente gli spazi per i sindacati di base». Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale della Rdb Cub, è cauto, ma quasi quasi ci crede: l'apertura di Maroni, se confermata, «segna un'inversione di tendenza sicuramente apprezzabile».


Piergiorgio Tiboni, della Cub, da vecchio sindacalista salta dentro l'apertura e la allarga: sia chiaro che i sindacati di base al tavolo vogliono discutere di tutto, non solo del trasporto locale.

Queste le reazioni dei diretti interessati. «Se davvero Maroni ci convocherà, andremo», dice da Venezia Giampietro Antonini, del Coordinamento nazionale di lotta degli autoferrotranvieri. Non per il gusto di sedersi al tavolo o, peggio ancora, per «farci legittimare» da un ministro. «Al tavolo porteremo il malcontento dei lavoratori per l'accordo al ribasso siglato dai confederali il 20 dicembre». Riaprire la trattativa resta la parola d'ordine dello sciopero proclamato per venerdì dai sindacati di base. Anche se è certo che il giorno dopo i confederali, senza aver consultato i lavoratori o avendo consultato solo i loro iscritti, scioglieranno la riserva sull'accordo, «lo sciopero servirà comunque». Sconfesserà, meglio e più di un referendum che da subito tutti sapevano che non si sarebbe fatto, l'accordo bidone. E metterà le premesse «giuste» per il nuovo contratto (il precedente è scaduto il 31 dicembre).

«Noi la piattaforma l'abbiamo già messa giù a grandi linee, i confederali no», si compiace il fiorentino Leonardo Bolognesi della Confederazione Cobas, «dicono che siamo capaci solo di protestare, dimostreremo che siamo capaci di fare proposte». Di Maroni, però, Bolognesi non si fida: «Non è quello che vuol fare a pezzi l'Italia, riscrivere la Costituzione e tagliare le pensioni?». Lo sciopero di venerdì a Firenze si sentirà parecchio: «Qui la gente è arrabbiata sia per l'accordo nazionale che per il precedente integrativo aziendale che dà 6 euro al mese, sempre che non ti ammali».

Diffidente anche Italo Quartu, autista Rdb a Bologna. «Al tavolo ci credo quando lo vedo». Se Maroni convocherà i sindacati di base, «vorrà dire che le lotte servono». In una ventina di città, quasi tutte del Nord, aziende e confederali hanno fatto accordi locali che aggiungono qualcosa agli 81 euro «conquistati» dall'accordo nazionale. Bologna non è tra queste e, quindi, l'alta adesione allo sciopero è «garantita». Comunque, aggiunge Quartu, a Piacenza, dove l'accordo locale è stato fatto, il bidone proprio non va giù. Caso più unico che raro a Piacenza il referendum è stato fatto e il 74% dei lavoratori ha bocciato l'accordo del 20 dicembre.

A Brescia, racconta il portavoce degli autorganizzati Maurizio Murari, i confederali hanno fatto una consultazione «farsa», con «foglietti» distribuiti alle assemblee. Su 400 dipendenti della Brescia Trasporti hanno votato in 90 e 40 hanno bocciato l'accordo. 


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“Corriere on line” 28 genn04 

Maroni: sul nodo Cobas ora decida il Parlamento

Il ministro: via al confronto sulla rappresentanza


ROMA - Ieri Roberto Maroni ha chiesto alla commissione Lavoro del Senato di valutare come dar voce ai Cobas degli autoferrotranvieri. Durissima la reazione dei sindacati confederali, in particolare della Cisl, ma anche di una parte della maggioranza. «Ho sollecitato la commissione - spiega il ministro del Welfare - a occuparsi di questo fenomeno. È interesse del governo capire e interpretare che cosa è successo. Già avevo detto, tempo fa, che non sono contrario a discutere in commissione il tema della rappresentanza sindacale», cioè se e come misurare il peso delle organizzazioni sindacali. Nel pubblico impiego si fa ogni tre anni col voto delle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie) disciplinato dalla legge. Che non vale, invece nel settore privato e in quello dei servizi, come l’autotrasporto.

 «Ciò che è successo a Milano - continua Maroni - dimostra che ci sono rappresentanze con un seguito rilevante, fatto anche di padri di famiglia che estremisti non sono». Di fronte agli scioperi selvaggi, dice il ministro, «possiamo chiudere gli occhi, ma se è un fenomeno di rappresentanza sindacale rilevante, anche se settoriale, allora dobbiamo occuparcene». Per ora pare di capire che quella di Maroni nei confronti dei Cobas è solo un’apertura politica, probabilmente dettata anche dalla tentazione di intercettare elettoralmente la protesta dei lavoratori, senza conseguenze sul contratto oggetto di contestazioni.

Ma indubbiamente la mossa del ministro rafforza la richiesta degli stessi sindacati di base di essere ammessi al tavolo della contrattazione. Saranno le aziende a decidere. Ma ieri a favore del riconoscimento dei Cobas si è schierata una voce importante, quella del sindaco di Milano, Gabriele Albertini: «Essere ammessi a un tavolo e poter rappresentare in quella sede le proprie istanze e valutazioni è un passo avanti nella prospettiva di coinvolgere i Cobas in un dialogo civile». «Se sarà confermata - dice Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale della Rdb-Cub - l’apertura di Maroni segna una svolta».

Negativa invece la reazione dei sindacati. Minaccia il leader della Cisl, Savino Pezzotta: «Se il criterio è che chi fa più "casino" è più rappresentativo, allora chi è piu grande può farne di più, alzando un gran macello». Ironizza Paolo Pirani, segretario confederale della Uil: «Essendo Maroni esponente di un partito, la Lega, che rappresenta i Cobas del latte, mi pare del tutto coerente quando vuole valorizzare organizzazioni che tutto hanno in mente meno che l’interesse generale».

«Quello di Maroni - dice Gian Paolo Patta (Cgil) - è solo un messaggio propagandistico. Per il resto il riconoscimento dei Cobas non deve essere legato alla buona grazia del ministro, ma alla legge sulla rappresentanza, come nel pubblico impiego, dove i Cobas partecipano alle elezioni delle rappresentanze sindacali e sono firmatari di contratti». Nella maggioranza la reazione più dura è quella dell’Udc attraverso il capogruppo alla Camera, Luca Volonté: «Un ministro della Repubblica non deve cavalcare la demagogia della protesta di coloro che violano le leggi perché così si va allo sfascio». Critici anche i Ds.

Osserva il responsabile Lavoro, Cesare Damiano: «Da una parte, nel Libro bianco sul mercato del lavoro, si dice che il governo non vuole estendere la legge sulla rappresentatività sindacale, dall’altra Maroni pone il problema della rappresentanza dei Cobas. È una linea contraddittoria che risponde a esigenze tattiche». Positiva invece la reazione dei Verdi, che auspicano il riconoscimento dei Cobas 

Enrico Marro
 

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