da “Corriere” Cronaca di Roma 25 febbraio 04

LEONARDO DA VINCI
«Il futuro? Per me è una parola che non esiste»


Dall’azienda duecento lettere ai dipendenti che parteciparono a un’assemblea non autorizzata Non sono propriamente lettere di richiamo.

Qualcuno le ha definite una specie di «bonario rimbrotto». Ne sono state spedite duecento in tutto, dirette a quei dipendenti Alitalia che il 13 gennaio parteciparono a una specie di assemblea improvvisata, fuori dagli hangar. Erano state ore di tensione, proprio come sempre in questi giorni di incertezza dove il destino della compagnia di bandiera matura tra ipotesi contrastanti, privatizzazione, il rilancio ad opera della mano pubblica. Oppure cassa integrazione e persino il tracollo.

Quella mattina a ogni incrocio per le strade dell'aeroporto c'erano camionette di polizia e carabinieri in tenuta antisommossa: caschi, manganelli e scudi in kevlar. Chissà perché, tra i tanti che parteciparono al sit in spontaneo, solo uno, un sindacalista del Cub, ha ricevuto una punizione, arrivata tramite raccomandata postale: 10 giorni di sospensione dall'azienda, un provvedimento che il dipendente ha subito impugnato di fronte all'ispettorato del lavoro. Nel frattempo, è arrivata anche la solidarietà dei suoi colleghi, tra addetti alla manutenzione, dipendenti degli uffici alla Magliana, hostess ai check in: in duecento si sono autodenunciati, spiegando all'ufficio personale Alitalia che anche loro, quella mattina, «erano là, a difendere il posto di lavoro». Poi subito la lettera di rimprovero. «In sostanza ci hanno detto che sarebbe meglio non farlo più», sbotta adesso Paolo Maras, steward con 21 anni di servizio e coordinatore nazionale del Sult. «Motivazioni che non hanno né capo né coda: nonostante sia in ballo il destino di migliaia di famiglie, qui c'è chi trova tempo da perdere cavillando sulla legittimità di certe proteste sacrosante».

Che il clima sia esasperato, lo dicono tanti indicatori. Per esempio la denuncia dei trenta sindacalisti che lo scorso 17 dicembre occuparono l'autostrada per l'aeroporto. Ai dirigenti del commissariato di Fiumicino non è certo piaciuto inoltrare alla procura di Civitavecchia i fascicoli per interruzione di pubblico servizio.

«Tanti li conosciamo, magari sono persino i mariti delle nostre sorelle o di amici», raccontava perplesso un agente che ha partecipato all'identificazione dei dipendenti sotto inchiesta. «Speriamo che questa vicenda si chiuda presto. Ma soprattutto bene: perché il peggio, in termini di conseguenze per chi lavora, è tutto da immaginare».
Poche certezze anche all'ingresso equipaggi, proprio sotto la torre di controllo.

Piloti e assistenti di volo in partenza o appena atterrati, transitano tutti per questo varco, dopo l'11 settembre giorno e notte presidiato dai lancieri di Montebello. «Quello che conta è non svendere l'azienda, credere nel suo futuro e ricordarsi che è un pezzo importante del prestigio del nostro paese», si ferma a dire un comandante con diciotto anni di volo sulle spalle, Salvatore D'Alù.

Poi passa un suo collega che sta sul Jumbo, capelli bianchi, «la gioventù trascorsa in Aeronautica militare, sugli F104». Racconta solo che «a leggere i giornali in questi giorni mi viene da piangere: diciotto anni regalati a quest'azienda, e ora siamo sul baratro». Ma perché? «Basta contare il numero dei manager.

La Fiat, che ha cinque volte i dipendenti dell'Alitalia, ne conta la metà. Cosa li abbiamo pagati a fare?», si domanda allungando il passo.
Poco lontano, in un corridoio a cento metri, c'è la saletta dei dipendenti di Az Airport, quelli dell'assistenza a terra.
Dice Caterina, 36 anni, rampista stagionale. «Il mio stipendio medio è di 850 euro.

Sono arrivata al rinnovo del quattordicesimo contratto: il penultimo è durato 11 mesi e 20 giorni. Un anno non si può, sennò scatta l'assunzione a tempo indeterminato. Il futuro? Per me è una parola che non esiste».
Alessandro Fulloni

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