Corriere della sera 1 maggio 04 
«Blocchi o negoziato?» Il voto spacca l' assemblea 
Cori e spintoni al momento di decidere la strategia. La Cgil: meglio annullare la consultazione 
Caccia Fabrizio

ROMA - La Base  - Quando infine è arrivato il momento di votare e la folla si è aperta come il Mar Rosso, metà dei lavoratori da una parte e metà dall' altra, metà per proseguire i blocchi selvaggi a Fiumicino e metà per tornare invece in servizio da subito, in attesa dell' inizio della trattativa di lunedì a Palazzo Chigi, quello è stato il momento più drammatico, il momento che ha diviso i lavoratori dell' Alitalia, li ha messi gli uni di fronte agli altri, li ha messi contro. Sono volati cori, insulti, spintoni.  

Perché in gioco ci sono migliaia di posti di lavoro. E pur se in questo momento le posizioni sono diverse, la disperazione è unica. Quelli dei sindacati, che ieri mattina avevano convocato l' assemblea per riferire dell' incontro notturno avuto col governo, si sono accorti del grave pericolo e il più esperto di tutti, Roberto Scotti, Filt Cgil, ha detto subito: «Facciamo come se questo momento non ci sia mai stato, spostiamo indietro le lancette, torniamo a prima della votazione».

I lavoratori divisi sono l' anticamera della fine. Votazione perciò annullata. Tutti delusi ma uniti. Pensavano forse di trovare un' altra accoglienza, i sindacati: Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Sult. Pensavano che l' aver ottenuto di sedersi a un tavolo insieme col governo e l' azienda fosse da considerarsi già un buon risultato. Si sbagliavano. Hanno trovato una base stanca, sfiduciata. Lo strappo è stato forte. «Sono 6 mesi che parlate inutilmente, non c' è più niente da attendere, abbiamo già fatto mille sacrifici, i blocchi devono proseguire a oltranza, perché qui tra sette giorni si chiude, l' Alitalia fallisce e noi siamo per strada», gridavano esasperati i precari del call center, le tute verdi dell' officina motori, della verniciatura, degli hangar, rivolti ai loro rappresentanti, tutti saliti su un autobus (ribattezzato l' Autobus dei Diritti) a parlare al microfono in mezzo al piazzale dell' area tecnica.

Fischi a Claudio Genovesi della Cisl, a Roberto Panella dell' Ugl, a Guido Moretti della Uil e pure ad Andrea Cavola, del Sult, che continuava a dire: «Siamo sulla stessa barca, io lavoro all' area cargo, anche quella è a rischio partnership...».
I più giovani si mostravano i più determinati. Operai con il piercing e le teste rasate. Durissimi.

«Andremo avanti come a Melfi, come a Terni, come i tranvieri di Milano», dicevano convinti. Applaudivano soltanto chi come loro era per continuare lo scontro: Paolo De Montis e Antonio Amoroso dei comitati di base (Cub), Fabio Frati del Sult («Se il mio futuro lo devono decidere quei papponi che si sono già mangiati l' azienda - diceva Frati - allora non ci sto, il primo maggio voglio passarlo qui in aeroporto»). I lavoratori più anziani, invece, raccomandavano prudenza, moderazione: «Finora abbiamo usato il cuore, adesso è il momento di usare la testa», dicevano. «Sì, anche le mazze...», aggiungevano però subito gli altri.

«Non dovevate annunciare l' altra sera la sospensione dei blocchi senza aver prima consultato i lavoratori - si lamentavano verso il pullman -. Da ora niente più cambiali in bianco, fino a che non avremo ottenuto garanzie formali». Hanno ottenuto, per ora, soltanto le precettazioni del prefetto di Roma, Achille Serra: «Vergogna - è stato il commento -. Il governo italiano dice di voler portare la democrazia a Bagdad e poi precetta i lavoratori. Questa è dittatura».
 

Fabrizio Caccia

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