il manifesto
La lunga marcia di San Precario
In centomila a Milano per la MayDay, la manifestazione dei lavoratori precari che si svolge il primo maggio ormai da quattro anni. «Ci siamo conosciuti, ora passiamo all'azione»
BENEDETTO VECCHI


Alla fine della lunga marcia che il 1 maggio ha attraversato Milano da ogni punto cardinale, i volti dei partecipanti avevano quell'espressione lieta di chi sa di aver vinto una scommessa. Per quattro anni consecutivi, la MayDay è cresciuta su se stessa, fino a diventare l'appuntamento «ufficiale» dei precari di tutta Italia. E le cifre che rimbalzavano da un capanello all'altro di fronte al Castello Sforzesco era a metà strada tra il fantasioso - «siamo in 300mila» - e l'incredulo. Alcuni, infatti, si divertivano a fare assurde moltiplicazione tra la lunghezza del corteo, le ore che erano intercorse tra partenza e arrivo, per concludere che «siamo sicuramente il doppio dello scorso anno». Ma se nel 2003, la MayDay aveva visto sfilare cinquantamila persone, sabato scorso erano dunque in centomila. In ogni caso, a rendere ancor più festosa la giornata erano le notizie provenienti da Barcellona, dove si svolgeva un'iniziativa analoga: nella città catalana erano in diecimila, un bel risultato visto che quest'anno era il battesimo del fuoco per i precari spagnoli.

Il primo maggio a Milano era iniziato prestissimo, perché nella metropoli lombarda, come d'altronde accade in molte altre città, la festa del lavoro non è per tutti. Così molte catene commerciali sono aperte. E gli organizzatori della MayDay avevano detto chiaro e tondo che avrebbero fatto i picchetti per non far entrare nessuno. Una minaccia che ha avuto il primo risultato che molti negozi hanno preferito rimanere chiusi. Chi invece ha deciso di aprire si è trovato migliaia di attivisti che sparsi per la città sono riusciti a fa chiudere Mondadori, McDonald's, la catena. Lo hanno fatto a gruppi, costituiti su «affinità elettive». Così i pink, i mediattivisti, i sindacalisti di base, i precari senza nome o gli invisibili si aggiravano per Milano senda dare tregua a chi la festa del lavoro non la vuol rispettare. «Oggi siamo riusciti a farli chiudere - affermava un giovane con una maglietta della violence pink squad -, ma dobbiamo riuscire a strappare e imporre diritti per tutti gli altri 364 giorni».

Dopo le azioni mattutine, la parola passava agli oltre quaranta tra camion e tir che dovevano partire da altrettanti posti per attraversare la città e comunicare ai milanesi i motivi della MayDay.

E con precisione nordica si sono tutti mossi alla stessa ora. «Vogliamo una Magna Charta per i lavoratori a tempo determinato. Vogliamo veder riconosciuto il diritto alla casa, alla sanità, alla mobilità. Siamo stanchi di salari o redditi che permettono solo di sopravvivere». E sarà per questi motivi che i serpentoni che hanno attraversato la città se la sono presa con le agenzie immobiliare «murandole», perché «non si possono pagare affitti così alti da bruciarti 3 quarti dello stipendio». Non sono sfuggite alle ire dei precari neanche le agenzie di lavoro interinale. La tecnica è stata la stessa: l'ingresso è stato semplicemente sigillato o con mattoni o pannelli di cartongesso «incollati» con una sostanza gelatinosa, «ma così potente che non riesci a staccare più niente», commentava una ragazza.

Il luogo della pretenza del corteo vero e proprio era dalle parti di Piazza XXIV Maggio. Ed era un vero bailamme. Provate a pensare a decine di Tir, furgoni, camion che cercano di sfilare. E che tutti sparavano musica a tutto volume.

C'erano tutti, proprio tutti. In prima file gli organizzatori: Chainworkers, Cub, il carro di «San Precario», Deposito Bulk e le tantissime realtà che si muovono sul fronte della «precarietà», dalle «reti contro la precarietà sociale» a chi «Reclama reddito». A seguire: «Global project», «Giovani comunisti», Cobas, Cub, anarchici vari, la Fiom, l'Arci, gli universitari vicini ai Ds. Tantissimi i gruppi di migranti. Una presenza così variegata come non accadeva di vedere da alcuni anni a questa parte. Ma questa è una caratteristica della MayDay da sempre: un «format» aperto a tutti e dove tutti possono portare il loro contributo nel rispetto della diversità altrui. Diversità che convivono anche nelle forme di lotta: così c'è chi mura l'ingresso delle societàà immbiliare, chi «sanziona» dal basso le banche armate, distruggendo i bancomat; chi, infine, se la prende con le vetrine di qualche McDonald's. Tutto bene, quindi.

Il successo della MayDay non significa però che tutto fila liscio sulla precarietà. Anzi, il successo del primo maggio dei precari aumenta la posta in gioco: come far diventare quotidiano un conflitto per affermare quella Magna Charta di nuovi diritti sul lavoro precario che non cancelli quelli già acquisiti?
Domanda da cento milioni di dollari, la cui risposta è resa più complicata alla luce che sulla MayDay è sceso il silenzio dei media mainstream. Per tutta la serata del primo maggio nessun telegionrale nazionale ne ha parlato, mentre nei giornali di ieri solo alcuni accenni ai bancomat distrutti e agli «atti vandalici dei manifestanti». In altri termini, se i precari sono «invisibili» lo devono rimanere anche se sono in centomila. Ma gli organizzatori avvertono: «le nostre street-parade servono a conoscerci meglio. Ma una volta che ci siamo visti e parlati, passiamo all'azione».

 
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3 maggio 2004 - Ansa 

SINDACATI: CENTO, MARONI APRA TAVOLO CON QUELLI DI BASE

ROMA, 3 MAG –  ''Le vertenze Alitalia, Fiat, autoferrotranviari e, in passato, quelle della scuola e del pubblico impiego confermano che il sindacalismo di base non puo' piu' essere reso marginale''.  
Lo afferma il Verde Paolo Cento, il quale chiede al ministro Maroni di ''essere conseguente rispetto alla seria questione sollevata: apra un tavolo di confronto con  Cub, RdB e gli altri sindacati di base, evitando di strumentalizzare questo problema chiedendo magari norme piu' repressive sul diritto di sciopero''.
''Quella della rappresentanza sindacale e' una importante questione democratica che non puo' essere elusa neanche da Cgil, Cisl e Uil: il sindacato confederale deve fare i conti infatti con la nuova centralita' del conflitto aperta dalla attuale stagione politica nella quale la dialettica sociale richiede leggi piu' democratiche - conclude - a tutela del pluralismo e della rappresentanza''.
 

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