da "La Repubblica" del 17 novembre 2004


Sei istituti medi inferiori hanno attivato un’iniziativa per la sicurezza degli studenti che fa discutere  Un poliziotto tra i banchi - Una “buca delle lettere” per raccogliere le denunce anonime  Si chiama polizia di prossimità.

 

È il poliziotto che va dal cittadino: anzi, in questo caso, il poliziotto che va tra gli scolari. Accade in sei istituti torinesi: un’aula, due poliziotti e uno studente che si confida. L’idea è questa: una specie di confessionale. Un posto dove raccontare problemi, paure e lamentele dei ragazzi che frequentano la scuola media. In una delle sei scuole medie inferiori che hanno aderito all’iniziativa promossa dalla questura, c’è anche una buca delle lettere. Serve a raccogliere denunce e preoccupazioni scritte.

Firmate oppure anonime, non importa. Il servizio, per ora in fase sperimentale, è già stato inaugurato al Convitto Umberto I di via Bligny, alla scuola media Nigra di via Bianzè, all’Allievo di via Vibo, alla media Viotti di corso Vercelli, all’Antonelli di via Filadelfia e alla Madre Mazzarello di via Cumiana.  Una volta alla settimana, per due ore al giorno, due poliziotti di quartiere si presentano a scuola e si mettono a disposizione.

“Si tratta di instaurare un rapporto con i ragazzi e di offrirgli la Possibilità à di un appoggio –spiega il primo dirigente della questura Antonio Baglivo- finora abbiamo raccolto segnalazioni interessanti su cui abbiamo già sviluppato degli accertamenti.  Spacciatori, malintenzionati, auto sospette, magari abbandonate da troppo tempo nello stesso parcheggio. Tutto può servire. Infatti, la vicenda di un uomo che si è abbassato i pantaloni davanti ai ragazzini di una scuola media è già diventata un’indagine dai contorni ben definiti. Si chiama polizia di prossimità.

È il poliziotto che va dal cittadino e non viceversa. Si è mutuato, per applicarlo alla scuola, il concetto del poliziotto di quartiere. Controllare una zona specifica e circoscritta, farsi vedere come deterrente, farsi conoscere dai residenti, entrare nei negozi e informarsi dei problemi. Però è la prima volta che la polizia entra a scuola in modo istituzionalizzato. Nella stragrande maggioranza dei casi, i genitori si sono detti assolutamente favorevoli all’iniziativa.

Ogni istituto riserva agli agenti un’aula e lascia alla discrezionalità degli allievi la scelta di un colloquio. L’idea di questo servizio è nata dopo numerose segnalazioni avanzate da diversi dirigenti scolastici. Episodi di bullismo e spaccio, soprattutto. Episodi che si verificano davanti a scuola e lungo la strada verso casa, che i ragazzi devono percorrere ogni giorno. Ecco perché la polizia ha deciso di esserci. “Per ascoltare, capire, avere il polso preciso di quello che succede. Ma ci sembra anche un modo per educare i giovani alla cultura della legalità e della sicurezza”. 

L’INTERVISTA

Nelle aule una brutta aria, telecamere, controlli e agenti” 

“Mi sembra una cosa orrenda: torniamo alla Repubblica di Venezia, ai confidenti. Non c’è proprio limite al peggio”. Cosimo Scarinzi, sindacalista della Cub Scuola, non è semplicemente contrario all’iniziativa, è molto di più: “Sono preoccupato. Telecamere, timbratrici, poliziotti. Credo che quello che sta succedendo vada denunciato con forza. Il nostro sindacato, unica voce, ha parlato di delirio securitario.

Dicono che l’iniziativa può servire. Dicono: “E se ci fosse un maniaco davanti alla scuola?

“Cerchiamo di distinguere. Se c’è un problema va denunciato, come si è sempre fatto, è ovvio, nessuno sostiene il contrario. Ma non c’è bisogno di un poliziotto a scuola e di un controllo così capillare”.

Cosa c’è in ballo?

“Siamo di fronte al crollo dei principi liberali”.

Però ai genitori l’iniziativa piace molto.

“Non mi stupisce, purtroppo. Mi rendo conto che la nostra è una posizione impopolare”.

La chiamano polizia di prossimità: come suona?

“Male. Fra un po’ ci manderanno un agente anche in salotto. Non scherziamo. Vogliono farci abituare alle telecamere piazzate ovunque”.

Fra le scuole che hanno aderito all’iniziativa c’è anche il Convitto Nazionale Umberto I, la sua ex scuola. Lo sa?

“Che colpo al cuore. E dire che non mi ero mai accorto di insegnare nel Bronx”.

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