7261.gifRASSEGNA STAMPA del 21 dic 2006: OPERAIA-MAMMA PERDE POSTO PER ACCUDIRE FIGLIA succede alla IPC-Faip di Vaiano Cremasco (Cremona) - Interverrà anche la consigliera di parità

 
21 dicembre 2006 - Corriere della Sera
Mamma perde il posto per accudire la figlia
I sindacati: l'azienda le ha negato mezz'ora di flessibilità

CREMONA — Quella mezz'ora che ti cambia la vita, al punto da essere licenziata in tronco. Raffaella ha quarant'anni, è divorziata, e quasi ogni giorno deve andare a prendere la figlia a scuola. Approfitta della pausa pranzo per farlo. Ma l'azienda dove lavora ha accorciato la sosta di mezz'ora, rendendole il viaggio impossibile. Può lasciare la ragazzina a scuola? No di certo. Continua ad andare a prenderla, facendo tardi al lavoro. Un richiamo, poi un rimprovero scritto. Il 9 novembre l'azienda le invia la comunicazione: «Lei è licenziata».
Siamo a Vaiano Cremasco, e la ditta è la «Ipc Faip». Realizza idropulitrici e ha 162 dipendenti, di cui 62 donne. Qui è un'istituzione.
Raffaella vi lavora da sei anni come operaia. Lo stipendio non è granché, circa mille euro. Alle spalle ha un divorzio e una figlia di 12 anni che frequenta la seconda media a Crema. La donna vive a Casaletto
Ceredano, con la ragazzina e gli anziani genitori. Si occupa di tutti e tre ed è l'unica, in casa, ad avere la patente.
La pausa pranzo, dalle 12 alle 13.30, le permette di andare a prendere la figlia a Crema e portarla nel paesino.
Dopodiché torna in azienda. Deve correre, un panino mentre infila il cappotto e arriva alla macchina, ma in questo modo riesce a fare tutto.
Non tutti i giorni, bastano tre volte alla settimana. Gli altri due la ragazzina può prendere un bus. A Raffaella tutto ciò non pesa, ma la routine si spezza nel gennaio scorso. L'azienda decide di accorciare la pausa: tutti in ufficio entro l'una. E qui cominciano i problemi.
In base a un accordo sindacale, l'ora e mezza di sosta diventa un' ora.
La bambina esce alle 12.50, dunque è impossibile riuscire ad essere in ditta per le 13. Raffaella chiede un colloquio con la direzione, dicendosi disposta a recuperare i 30 minuti o a perdere la retribuzione. La «Ipc Faip» le concede il tempo necessario, contandolo come ferie, fino a giugno. Da settembre, però, chiede il rispetto dell'orario di lavoro. Cosa che Raffaella non può garantire.
Il sindacato di base FlmUniti-Cub, per sostenere la richiesta di Raffaella e per permetterle di andare a prendere la figlia a scuola proclama ogni settimana uno sciopero di mezz'ora, ma l'azienda perde la pazienza. Partono le contestazioni, i rimproveri, i richiami formali. Infine, la licenzia.
La donna si rivolge al giudice del lavoro di Crema, che fissa la prima udienza al 9 gennaio prossimo. «Chiediamo il reintegro di Raffaella — commenta il suo legale, l'avvocato Chiara Tomasetti — ma questo è un caso dove ci si deve mettere a un tavolo a ragionare. Nessun altro può aiutarla e la figlia non può di certo rimanere a scuola: l'azienda deve avere un po' di elasticità».
La sensazione è che la battaglia di Raffaella possa diventare un simbolo nella lotta per le Pari Opportunità. «È vero — continua la Tomasetti — questo deve diventare un caso, un esempio per le altre aziende. Ogni donna ha un tempo per il lavoro e uno per la famiglia. È ora che i due tempi arrivino a conciliarsi».
La battaglia sembra non finire qui. Il sindacato ha deciso di rivolgersi ai ministeri per le Pari Opportunità e del Lavoro: «Raffaella chiede solo un po' di disponibilità a costo zero — fa sapere la FlmUniti-Cub —. La chiusura dell'azienda ha dell'incredibile".

21 dicembre 2006 - Il Manifesto
Fine del mito della «flessibilità buona»: chiedeva mezz'ora per accudire la figlia
Operaia e mamma? Ti licenzio
Fin qui Raffaella aveva sempre usato la pausa pranzo. Poi un «pragmatico» accordo sindacale l'ha ridotta, costringendola a chiedere i permessi
di Sara Farolfi
Milano - Licenziata perchè utilizzava la pausa mensa per andare a prendere la figlia da scuola. E' la storia di Raffaella, donna, come altre probabilmente, colpevole di volere essere lavoratrice e mamma insieme.
Una storia di provincia, consumatasi nel profondo Nord della provincia di Crema. E' lì, a Vaiano Cremasco, che ha sede la Ipc Faip, azienda che produce idropulitrici e che fa parte del gruppo Interpump (circa duemila dipendenti in Italia). Lì Raffaella lavorava da sei anni, «senza mai avere avuto problemi» precisa chi conosce la sua storia.
Poi invece i problemi sono arrivati, a inizio 2005. Una figlia ormai cresciuta che inizia a frequentare la scuola media a Crema e il problema del ritorno da scuola. Raffaella, che è separata e non può contare sui genitori, ormai pluriottantenni, inizia ad usare il tempo della pausa pranzo (un'ora e mezzo, dalle 12 alle 13,30) per andare a prendere la figlia da scuola. La scuola le viene incontro, permettendo l'uscita della figlia alle 13, dieci minuti prima dell'orario previsto. In mezz'ora di tempo Raffaella riesce a fare tutto, prende la figlia da scuola, la riaccompagna a casa, al paese che dista una ventina di minuti in macchina, e ritorna in fabbrica. Fino al gennaio di quest'anno.
Raffaella preferisce non parlare con i cronisti: teme che, legare il suo nome alla vicenda, in un piccolo paese di provincia, possa poi crearle ulteriori problemi. A gennaio la direzione aziendale con un accordo sindacale cambia l'orario della pausa mensa, riducendolo di mezz'ora. Per Raffaella non è possibile. A quell'ora non ci sono autobus con cui la figlia possa tornare da scuola. La soluzione è un accordo «capestro» con l'azienda, come lo definisce la Cub, in base al quale, da gennaio fino al 19 di giugno, data che segna la fine della scuola, le viene consentito di continuare a usufruire della mezz'ora, ma con permessi non retribuiti e solo in via straordinaria fino alla fine del periodo scolastico.
A settembre, naturalmente, il problema si ripresenta. L'azienda non ne vuole sapere. Nulla riesce a fare nemmeno il sindacato. Si tratta di mezz'ora, Raffaella lavora per lo più fuori dalla catena di montaggio, ma nulla da fare. Lei continua a usare i suoi permessi non retribuiti. Nel frattempo, a ottobre, il sindacato (i metalmeccanici della Cub) proclama uno sciopero: mezz'ora ogni giorno, all'inizio del turno pomeridiano. Il tentativo è quello di socializzare la situazione di Raffaella in un'azienda dove su 180 dipendenti, una sessantina circa sono donne. Ma la solidarietà sperata non arriva. Raffaella è l'unica a scioperare. E dopo sei contestazioni aziendali,il 9 novembre scorso, arriva il licenziamento. «Ritardo ingiustificato protratto» sarebbe la giusta causa.
Sarà il Tribunale di Crema, nell'udienza fissata per il 9 gennaio prossimo, a decidere la fine della storia. «Vorremmo arrivare ad una conciliazione - precisa Chiara Tomasetti, avvocato di Raffaella - L'obbiettivo è chiaramente quello della reintegra, ma vorremmo che venisse riconosciuta l'esigenza per una donna di potere essere anche mamma». Si tratterebbe cioè, secondo l'avvocato, di una discriminazione di genere, in barba alle normative europee e regionali sulle pari opportunità. Oltre al fatto che, in mancanza di un giudizio della Commissione di garanzia sugli scioperi, non dovrebbe essere un'azienda a poter decidere quando uno sciopero è illegittimo. «Soltanto dal punto di vista della recidiva potrebbe esserci una logica nel comportamento aziendale - commenta Angelo Pedrini della Cub - Ma qui siamo evidentemente in presenza di un problema sociale e anche le contestazioni disciplinari sembrano uno strumento del tutto fuori luogo».
L'azienda suggeriva di far cambiare scuola alla figlia. Le stesse sue colleghe di lavoro commentavano che forse Raffaella avrebbe dovuto fare qualche sacrificio in più, pagando per esempio una baby sitter. La scuola che la figlia di Raffaella frequenta non prevede il tempo pieno. Mezz'ora di tempo, ricordiamo, che lei era disposta a recuperare. E la flessibilità costantemente invocata dalle aziende? Ma forse anche questa è una storia nota. O mamma o lavoratrice.
 
 
21 dicembre 2006 - L'Unità
Mamma-operaia chiede mezz’ora di flessibilità nell’orario: licenziata
CREMONA - Ha chiesto un po’ di flessibilità, mezz’ora in più di pausa mensa per potere andare a prendere la figlia a scuola e portarla a casa. Ma l'azienda prima ha trovato un accordo transitorio, quindi le ha contestato i ritardi, e l'ha sanzionata, e infine l'ha licenziata. È capitato a una operaia-mamma della Ipc Faip di Vaiano Cremasco (Cremona). L'episodio è stato denunciato dalla FlmUniti-Cub. La signora Raffaella lavorava da quasi sei anni nell'azienda, ha 40 anni, un divorzio alle spalle, una figlia di 12 che frequenta la seconda media a Crema, e aveva un reddito (l'unico della famiglia) sui mille euro netti al mese. Nessun problema fino al gennaio scorso, quando l'ora e mezza di pausa viene ridotta a un'ora: Raffaella, che utilizzava la pausa mensa per andare a prendere la figlia a Crema e portarla a Casaletto, per poi tornare al lavoro, chiede una deroga, dicendosi disponibile a recuperare i 30 minuti o a perdere la retribuzione. La Ipc Faip le consente di usufruire del tempo in più, in conto alle ferie, ma solo fino allo scorso giugno. Da settembre, pretende il rispetto dell'orario. Raffaella prosegue ad allungare la pausa e riceve un paio di contestazioni. Quindi si rivolge alla FlmUniti-Cub che proclama, ogni settimana, uno sciopero di mezzora, il tempo per consentirle di accudire la figlia.
A questo punto, l'azienda fa altre contestazioni e quindi, il 9 novembre scorso, procede al licenziamento, che viene impugnato di fronte al giudice del lavoro di Crema (la prima udienza è stata fissata per il 9 gennaio prossimo). «È incredibile la chiusura dell'azienda sull'elementare diritto ad essere madri - sottolineano Angelo Pedrini e Carmine Fioretti, della FlmUniti-Cub - la Confindustria parla sempre di flessibilità e poi quando ci si trova di fronte al diritto di una donna, diventano sordi. Raffaella non contesta nulla alla Ipc, chiede solo un po’ di disponibilità a costo zero». Secondo l'avvocato Chiara Tomasetti «il licenziamento è illegittimo sotto due aspetti: c'è una discriminazione di genere, perchè non viene garantita la pari opportunità, e inoltre la signora è stata licenziata nonostante fosse in sciopero».
 
21 dicembre 2006 - La Provincia di Cremona
Vaiano. Scoppia il caso alla Faip. La donna aveva ottenuto un permesso per andare a scuola, scaduto in settembre. Il commento dei sindacati
Pausa pranzo lunga: viene licenziata
«Devo andare a prendere mia figlia»
di Beppe Cerutti
VAIANO CREMASCO — «Credo di sapere il motivo della chiamata. Non ci sono dirigenti in fabbrica e io sono un semplice impiegato, non autorizzato a rilasciare dichiarazioni». Così Giorgio Ghezzi, ieri pomeriggio alle 17,30, rispondendo al telefono della Faip. Il motivo si chiama Raffaella, l’operaia che l’azienda ha licenziato e che adesso dovrà spiegare la scelta al tribunale di Crema (la prima udienza è fissata per il 9 gennaio). La vicenda è emersa a livello nazionale ieri mattina, dopo la convocazione di una conferenza stampa da parte della FlmUniti-Cub, cui l’operaia si era rivolta trascurando Cgil e Cisl: «E’ stata licenziata perché prolungava la pausa per andare a prendere la figlia di 11 anni a scuola e non lasciarla in strada». Questo lo scenario entro il quale si colloca la storia della donna residente a Casaletto Ceredano, da sei anni dipendente dell’azienda che produce idropulitrici e che alla direzione della stessa aveva chiesto un prolungamento della pausa di mezzogiorno (di mezz’ora). Il permesso era stato accordato dopo che un accordo sindacale, firmato da Fiom Cgil e Fim Cisl, aveva ridotto a un’ora la pausa-pranzo. Con l’impegno, però, che al termine dell’anno scolastico la donna avrebbe trovato una soluzione al suo problema. Così non è stato e a settembre l’azienda ha dato avvio alle procedure: lettere di richiamo, sospensioni e, appunto, licenziamento. «Nelle fabbriche — si sono chiesti i sindacalisti del Cub — vale più il rispetto della Costituzione e il dovere di non abbandonare i minori o la produzione e l’ordine di servizio?» A difendere le ragioni della donna ci sarà Chiara Tomasetti. Nel sostenere l’illegittimità del licenziamento l’avvocato indica la dicriminazione di genere («Non viene garantita la pari opportunità») e inoltre perché il provvedimento è giunto a ridosso di uno sciopero: «Al riguardo abbiamo provveduto a coinvolgere la consigliera delle Pari oppportunità di Cremona e il ministero del Lavoro». «Il provvedimento preso dell’azienda è sproporzionato — ha commentato Maurizio Bertolaso, Fiom Cgil — Se ci fosse stata una maggiore volontà un accordo si sarebbe potuto trovare». Rammarico e solidarieta è stato espresso anche da Giuseppe Sbaruffati (Fim Cisl) «per come si è conclusa la fase sindacale della vicenda. Siamo convinti che poteva avere altri risvolti se alcune posizioni fossero state meno rigide. Una vicenda che non ci ha visti coinvolti direttamente, gestita in autonomia dalla lavoratrice e dalla Flm-Cub».
 
21 dicembre 2006 - La Stampa
L’azienda rifiuta la flessibilità sulla pausa per il pranzo
MILANO - Utilizzava la pausa mensa per andare a prendere la figlia all’uscita da scuola. Ma dopo alcuni richiami è stata licenziata. La protagonista della vicenda è Raffaella, operaia cremonese. Lo scorso mese ha perso il lavoro. Ma non si è arresa. Vuole dare battaglia per tutelare il suo diritto a essere mamma. E d’accordo con il sindacato ha fatto causa all’azienda. Il 9 gennaio si terrà la prima udienza in tribunale.
Raffaella, 40 anni, lavora alla Ipc Faip di Vaiano Cremasco (Cremona), un’azienda di idropulitrici che impiega 162 persone, 62 delle quali donne. La donna, con un divorzio alle spalle, e un reddito di mille euro al mese, ha una figlia di 12 anni che frequenta la terza media a Crema. La scuola è lontana, dista circa venti minuti d’auto dal paese dove la signora è andata a vivere, nella casa degli anziani genitori. Ogni giorno è costretta ad andare a prendere la piccola al termine delle lezioni. Fino al gennaio 2006, l’operaia riesce a conciliare i tempi, utilizzando l’ora e mezza di pausa per il pranzo. Ma quando l’azienda riduce la pausa di mezz’ora, Raffaella non ce la fa più. All’inizio chiede, e ottiene, mezz’ora di flessibilità, offrendosi di recuperare i 30 minuti o a perdere la retribuzione. Alla fine l’azienda si irrigidisce. Chiede il rispetto dell’orario. Raffaella disubbidisce, continua ad andare a prendere la piccola. Si rivolge al sindacato che, per aiutarla, proclama ogni settimana mezz’ora di sciopero per consentirle di accudire la figlia.
Dall’azienda arrivano contestazioni sui ritardi. L’operaia viene sanzionata. Infine licenziata il 9 novembre. Il sindacato non ci sta. «È incredibile la chiusura dell’azienda sull’elementare diritto ad essere madri - hanno sottolineato Angelo Pedrini e Carmine Fioretti, della FlmUniti-Cub - la Confindustria parla sempre di flessibilità e poi quando ci si trova di fronte al diritto di una donna, diventano sordi. Raffaela non contesta nulla alla Ipc, chiede solo un po’ di disponibilità a costo zero». L’avvocato Chiara Tomasetti ha affermato che «il licenziamento è illegittimo sotto due aspetti: c’è una discriminazione di genere, perchè non viene garantita la pari opportunità, e inoltre la signora è stata licenziata nonostante fosse in sciopero».
 
21 dicembre 2006 - Il Riformista
LICENZIAMENTI. Stiamo con la madre di Crema
Siccome all'inizio dell'anno prossimo si discuterà anche delle riforme del lavoro, ricordiamoci di episodi come questo. E' notizia di ieri che un'operaia di quarant'anni aveva chiesto mezz'ora di flessibilità per andare a prendere la figlia a scuola ed è stata licenziata in tronco. La spettabile Ipc Faip di Vaiano Cremasco ha ritenuto inaccettabile che la sua dipendente a mille euro al mese chiedesse mezz'ora di deroga alla pausa pranzo per occuparsi della figlia.
L'antefatto è il seguente: fino a qualche settimana fa la donna, divorziata e senza altri redditi se non il magro stipendio che lascia esigui margini per eventuali baby sitter, aveva sempre utilizzato la pausa pranzo per andare a prendere la bambina. Recentemente un accordo sindacale ha tuttavia accorciato la pausa pranzo di mezz'ora. E dunque l'operaia aveva chiesto una deroga. Offrendo all'azienda tra l'altro la disponibilità a recuperare quei trenta minuti o a perdere la retribuzione. Non c'è stato assolutamente niente da fare: dopo una serie di iniziative, e dopo gli scioperi di mezzora indetti dalla Flm Uniti-Cub per consentire alla lavoratrice di accudire la figlia, l'azienda ha deciso di mandarla via.
Ci fa piacere sapere che la decisione di questa umana e solidale azienda cha fa capo alla multinazionale Issa Interclean, leader nella produzione di strumenti per la pulizia domestica e professionale ad acqua, sia stata subito impugnata e la prima udienza davanti al pretore del lavoro sia fissata per il 9 gennaio a Crema. Ma al governo chiediamo di non limitarsi ai cahier de doleances degli imprenditori, quando si tratterà di modificare la Biagi e introdurre nuove tutele per i lavoratori. Anche casi come questo fanno scuola.
 
21 dicembre 2006 - Tirreno, Tribuna di Treviso, Provincia Pavese, Nuova Venezia, Corriere Alpi
Operaia mamma perde il lavoro perché vuole accudire la figlia
MILANO - Ha chiesto che le fosse consentita mezz’ora in più di pausa mensa per potere andare a prendere la figlia a scuola e portarla a casa. Ma l’azienda prima ha trovato un accordo transitorio, quindi le ha contestato i ritardi e l’ha sanzionata, infine l’ha licenziata. E’ capitato a una operaia-mamma dell’azienda Ipc Faip di Vaiano Cremasco (Cremona). L’episodio è stato denunciato dalla FlmUniti-Cub. La signora lavorava da quasi sei anni nell’azienda che impiega 162 persone. Ha 40 anni, un divorzio alle spalle e una figlia di 12 che frequenta la seconda media a Crema, e aveva un reddito (l’unico della famiglia) sui mille euro netti al mese. Il problema nasce nel gennaio scorso: in base a un accordo sindacale, siglato da Cgil e Cisl, l’ora e mezza di pausa viene ridotta a un’ora sola: l’operaia, che utilizzava la pausa mensa per andare a prendere la figlia a scuola e poi tornare al lavoro, chiede una deroga, dicendosi disponibile a recuperare i 30 minuti o a perdere la retribuzione. La Ipc Faip le consente di usufruire del tempo in più, in conto alle ferie, ma solo fino allo scorso giugno. Da settembre pretende il rispetto dell’orario. La donna si rivolge alla FlmUniti-Cub che proclama, ogni settimana, uno sciopero di mezz’ora, il tempo per consentirle di accudire la figlia. A questo punto l’azienda fa altre contestazioni e quindi, il 9 novembre, procede al licenziamento, che viene però impugnato.

21 dicembre 2006 - QN Quotidiano Nazionale
CREMONA — Ha chiesto un po’ di flessibilità, cioè che le fosse consentita mezz’ora in più di pausa mensa per potere andare a prendere la figlia a scuola e portarla a casa. Ma l’azienda prima ha trovato un accordo transitorio, quindi le ha contestato i ritardi, l’ha sanzionata e infine licenziata. È capitato a una operaia-mamma della Ipc Faip di Vaiano Cremasco. Episodio denunciato da FlmUniti-Cub.
 
21 dicembre 2006 - Il Giornale di Brescia
«ALLUNGAVA» LA PAUSA MENSA
Operaia madre perde il posto
MILANO - Ha chiesto un po’ di flessibilità, cioè che le fosse consentita mezz’ora in più di pausa mensa per potere andare a prendere la figlia a scuola e portarla a casa. Ma l’azienda prima ha trovato un accordo transitorio, quindi le ha contestato i ritardi, e l’ha sanzionata, e infine l’ha licenziata. È capitato a una operaia-mamma di un’azienda di Vaiano Cremasco (Cremona). L’episodio è stato denunciato dalla FlmUniti-Cub.
 
21 dicembre 2006 - La Gazzetta del Sud
La donna aveva chiesto un po' di flessibilità
Mezz'ora in più di pausa mensa licenziata mamma-operaia
di Claudio Scarinzi
MILANO - Ha chiesto un po' di flessibilità, cioè che le fosse consentita mezzora in più di pausa mensa per potere andare a prendere la figlia a scuola e portarla a casa. Ma l'azienda prima ha trovato un accordo transitorio, quindi le ha contestato i ritardi, e l'ha sanzionata, e infine l'ha licenziata. È capitato a una operaia-mamma dell'azienda Ipc Faip di Vaiano Cremasco (Cremona). L'episodio è stato denunciato dalla FlmUniti-Cub. La signora Raffaella (è stato reso noto solo il nome) lavorava da quasi sei anni nell'azienda specializzata nella produzione di idropulitrici che impiega 162 persone, di cui 62 donne. Ha 40 anni, un divorzio alle spalle e una figlia di 12 che frequenta la seconda media a Crema, e aveva un reddito (l'unico della famiglia) sui mille euro netti al mese. Vive con i genitori anziani a Casaletto Ceredano.
Con il datore di lavoro non ha mai avuto conflitti – è stato sottolineato durante la conferenza stampa – e, anzi, la lavoratrice «si è sempre impegnata seriamente». Il problema nasce nel gennaio scorso: in base a un accordo sindacale, siglato da Cgil e Cisl, l'ora e mezza di pausa viene ridotta a un'ora sola: Raffaella, che utilizzava la pausa mensa per andare a prendere la figlia a Crema e portarla a Casaletto, per poi tornare al lavoro, chiede una deroga, dicendosi disponibile a recuperare i 30 minuti o a perdere la retribuzione. La Ipc Faip le consente di usufruire del tempo in più, in conto alle ferie, ma solo fino allo scorso giugno. Da settembre, pretende il rispetto dell'orario. Raffaella prosegue ad allungare la pausa e riceve un paio di contestazioni. Quindi si rivolge alla FlmUniti-Cub che proclama, ogni settimana, uno sciopero di mezzora, il tempo per consentirle di accudire la figlia.
 
21 dicembre 2006 - L'Eco di Bergamo
Operaia-madre chiede orario flessibile L'azienda non ci sente e la licenzia
MILANO Ha chiesto un po' di flessibilità, cioè che le fosse consentita mezz'ora in più di pausa mensa per potere andare a prendere la figlia a scuola e portarla a casa. Ma l'azienda prima ha trovato un accordo transitorio, quindi le ha contestato i ritardi, e l'ha sanzionata, e infine l'ha licenziata. È capitato a una operaia-mamma dell'azienda «Ipc Faip» di Vaiano Cremasco (Cremona). L'episodio è stato denunciato dalla FlmUniti-Cub.
La signora Raffaella (è stato reso noto solo il nome) lavorava da quasi sei anni nell'azienda specializzata nella produzione di idropulitrici che impiega 162 persone, di cui 62 donne. Ha quarant'anni, un divorzio alle spalle e una figlia di 12 che frequenta la seconda media a Crema, e aveva un reddito (l'unico della famiglia) sui mille euro netti al mese. Vive con i genitori anziani a Casaletto Ceredano. Con il datore di lavoro non ha mai avuto conflitti – è stato sottolineato durante la conferenza stampa – e, anzi, la lavoratrice «si è sempre impegnata seriamente». Il problema nasce nel gennaio scorso: in base a un accordo sindacale, siglato da Cgil e Cisl, l'ora e mezza di pausa viene ridotta a un'ora sola: Raffaella, che utilizzava la pausa mensa per andare a prendere la figlia a Crema e portarla a Casaletto, per poi tornare al lavoro, chiede una deroga, dicendosi disponibile a recuperare i trenta minuti o a perdere la retribuzione.
La «Ipc Faip» le consente di usufruire del tempo in più, in conto alle ferie, ma solo fino allo scorso giugno. Da settembre, pretende il rispetto dell'orario. Raffaella prosegue ad allungare la pausa e riceve un paio di contestazioni. Quindi si rivolge alla FlmUniti-Cub che proclama, ogni settimana, uno sciopero di mezz'ora, il tempo per consentirle di accudire la figlia. A questo punto, l'azienda fa altre contestazioni e quindi, il 9 novembre scorso, procede al licenziamento, che viene impugnato di fronte al giudice del lavoro di Crema: prima udienza il 9 gennaio prossimo.(C.Sch.)

 

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