Per il sindacato Cub, che ha chiesto un incontro urgente al Mise e alla Regione Lazio sul caso «il fatturato cresce ma delocalizzano le attività tra Lituania e India.

La multinazionale americana Western Union avvia i licenziamenti: 42 i lavoratori a rischio tra Roma e Milano.
La nuova vertenza occupazionale nella Capitale coinvolge la società statunitense che gestisce, in tutto il mondo, i «money transfer», le transazioni finanziarie spesso utilizzate anche dai migranti. In Italia lavorano 191 dipendenti, ma le due società della Western Union (Wursi e Wpsil, con sedi in Irlanda) hanno aperto le procedure di licenziamento per espellerne 42: 38 sono a Roma, 4 a Milano.

La crisi
Il fatturato cresce ma delocalizzano le attività tra Lituania e India, è la sintesi della crisi da parte del sindacato Cub, che ha chiesto un incontro urgente al Mise e alla Regione Lazio sul caso. Sos posti di lavoro «Il flusso di denaro mosso in Italia dai money transfer è al 90% in mano a Western Union e altre tre aziende, - spiegano dalla Confederazione Unitaria di Base - dai dati della Banca d’Italia, le rimesse degli immigrati sono aumentate poco più del 22% rispetto al 2018 (6.201 milioni di euro, rispetto a 5.081)». Un incremento consistente che, per il sindacato, rende ingiustificabile un taglio occupazionale così pesante, complessivamente il 21,9% annunciato nell’apertura della mobilità.

La Cub ricorda anche «la difficolta nel reperire le cifre dei movimenti finanziari, citati anche in un’inchiesta di Report, in cui venne focalizzata l’urgenza di un intervento pubblico per far rispettare le norme previste per le imprese residenti in Italia, al fine di porre argine al dilagare dei punti di transito del trasferimento di denaro».

        Corriere della Sera Roma on line

Nota: I lavoratori/trici sono iquadrati col contratto telecomunicazioni

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