Poste Italiane SpA "mobilita" i suoi lavoratori dai CPO in chiusura.
E le OO.SS. concertative?  

La "notizia" è vecchia: il 13 ottobre azienda e sindacati regionali di CGILCISLUIL e soci lombardi minori si accordano sulla chiusura dei sei restanti CPO della regione Lombardia e avviano le procedure di mobilità interna che riguardano 678 lavoratori.
Restano "in piedi" i CMP di Brescia, Milano Roserio e Peschiera Borromeo.  
I nuovi managers di Poste Italiane SpA ne cambiano anche la struttura produttiva: ieri orientata al decentramento delle lavorazioni, oggi alla centralizzazione, in nome del maggior profitto con meno spese.  
Ma chi paga? I lavoratori, innanzitutto.

Quanto accade non è colpa del destino cinico e baro. Esso è conseguenza diretta dell'accettazione delle regole del mercato, della competizione sui costi, a cominciare da quello del lavoro (dal nostro insomma, salari o occupazione), che l'ideologia liberista deve abbassare continuamente perché così richiede la concorrenza. E quando si accetta la logica mercantile per cui anche i servizi sono merci tra le merci, il risultato è: chiusura e licenziamenti.
E da quando il “mercato” ha trovato adesione anche nei sindacati, la situazione delle classi lavoratrici ha conosciuto solo peggioramenti, dai salari che non bastano per il fine mese, alle condizioni di lavoro sempre più esigenti, fino all'abbattimento dei diritti considerati da lorsignori privilegi.  
E dunque firmano le chiusure. Firmano la mobilità ossia lo spostamento di decine e decine di chilometri ad un altro posto di lavoro, con problemi di reinserimento, di perdita di una comunità umana, di intensificazione dei ritmi, di introduzione di turnazioni assurde: uno sconvolgimento della vita, insomma.  
Sappiamo che in alcuni CPO i lavoratori hanno reagito, manifestando il loro netto dissenso con assemblee, scioperi, manifestazioni. Questa generosa resistenza non ha potuto niente davanti al ferreo accordo che lega azienda e sindacati nella ristrutturazione e nel taglio del costo del lavoro.  
I sindacati firmatari non si oppongono non solo perché ne condividono i contenuti, ma anche perché accettano la marginalità progettuale: i sindacati  non devono occuparsi di politica, ne' dell'economia, delle scelte produttive. Ecco perché dicono che non c'è nulla da fare!  
Da fare c'è invece, eccome.
Innanzitutto ad
opporsi alla chiusura di centri produttivi che danno lavoro a centinaia di lavoratori.
Da qui parte la lotta.
È tempo di fare due conti e di chiederci se la strategia seguita dai sindacati è giusta o non sia invece miseramente fallita.
I CPO hanno chiuso. Il recapito è sotto ricatto tra un accordo che chiede di ridurre i diritti e ampliare i carichi di lavoro e nuovi 9000 esuberi alle porte.
Non ci pare un bilancio positivo.
La necessità di voltare decisamente pagina e abbandonare la capitolazione sindacale è un'urgenza, non un lusso!


Milano dicembre 2005
Coordinamento di Base Delegati P.T.  
aderente alla Confederazione Unitaria di Base
 

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