Partiamo da Bologna che è ancora buio. In stazione siamo molti. Si capisce subito che siamo più che nelle precedenti occasioni (scioperi generali ed altro). Noto in particolare diversi volti che non conosco, segno che a scioperare, ad affrontare il viaggio fino a Roma e a manifestare saranno anche lavoratori che normalmente non svolgono attività militante.
Sul treno l’atmosfera è allegra come nelle altre occasioni, ma si sente nell’aria la tensione, almeno in chi da due mesi ha lavorato alla costruzione di questo sciopero. In effetti abbiamo molti elementi per essere sicuri di un’adesione molto significativa allo sciopero, grazie ad una sfiancante attività di informazione nei luoghi di lavoro, ma il silenzio dei media può minare la dimensione del corteo. Inoltre c’è lo sciopero del trasporto pubblico e temiamo che molti lavoratori romani disertino la manifestazione per l’imPossibilità à di raggiungere il centro a piedi.
Alle 9.30 siamo a Piazza della Repubblica e tiriamo un sospiro di sollievo perché la piazza non è piena, ma c’è comunque qualche migliaio di persone e gli striscioni sono di molte città. Significa che comunque non è stato un fiasco. Diversamente avrebbe voluto dire che non c’è spazio per un movimento in cui i lavoratori precari siano protagonisti in prima persona.
Gli organizzatori ci informano che devono ancora arrivare i treni dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Toscana e che diversi pullman sono bloccati nel traffico della città, impazzito per lo sciopero dei trasporti.
Cominciamo a formare il corteo, ma proprio in quel momento arrivano i lavoratori con i treni dal sud (i toscani ci raggiungeranno a corteo iniziato) per cui l’operazione richiede quasi un’ora. Partiamo  e, dal tempo lunghissimo che impieghiamo ad arrivare all’incrocio con Via Covour nonostante i cordoni siano molto ravvicinati l’uno all’altro capiamo che ormai siamo decine di migliaia.
Un giovane precario della scuola mi avvisa che va a farsi un giro per vedere l’entità del corteo. Torna dopo mezzora ed ha gli occhi sgranati. Siamo tantissimi e non sono ancora arrivati i toscani. Rifletto sul fatto che se siamo 30 000 vuol dire che un precario su dieci è presente alla manifestazione. Pazzesco!
Una volta tanto c’è molta meno polizia di quella richiesta da una tale massa di manifestanti. Forse non se lo aspettavano.
Le bandiere CUB/RdB riempiono lo scenario, ma, a guardare con attenzione, si vedono striscioni di vari gruppi e coordinamenti precari, che rappresentano un’adesione che va al di là dell’appartenenza sindacale. La cosa mi fa particolarmente piacere perché su una battaglia simile un sindacato di base deve porsi come strumento a disposizione dei lavoratori che devono però tenerne in prima persona le redini. Un po’ come accaduto lo scorso inverno con le mobilitazioni anti-TAV in Val di Susa.
Alcuni spezzoni sono corposi come quelli della sanità, dei comuni e dei vigili del fuoco, ma spicca il fatto che molti sono composti da categorie limitate. Ne deduco che la scelta di unificare le diverse vertenze ha dato i suoi frutti, rendendo forti anche lavoratori che operano in gruppi di poche persone. Avviene anche un incontro improvvisato tra dipendenti di cooperative di tutto il paese.
Non si può però fare a meno di notare la scarsa presenza dei precari della scuola che pur hanno aderito in modo cospicuo allo sciopero. Sarà necessario coinvolgere maggiormente la categoria anche nelle mobilitazioni di piazza.
Durante il percorso si scandiscono slogan contro il precariato e contro le false promesse elettorali dell’attuale maggioranza. In generale mi sembra che ogni gruppo abbia i suoi slogan, ma sono troppo lontano dalla testa del corteo per sapere se dal camion in testa vengano lanciati slogan per tutti. Il tono è comunque forte e chiaro oltre che ironico (“tutto il giorno ci facciamo il mazzo, senza precari non funziona un cazzo”; “Governo Prodi non ne possiamo più, da oggi precario sarai tu”). Non ci sono differenze di accenti o rivendicazioni che comprendano una singola categoria.
I passanti che ci incrociano dapprima esprimono timore poi curiosità. Sembra proprio che capiscano che non si tratta di uno dei 2000 cortei che attraversano Roma ogni anno.
A Piazza Venezia ci rendiamo conto che forse siamo anche 50000 e le code di macchine, con annessi conducenti infuriati, che attendono il passaggio della fiumana sono una gioia per gli occhi. Prima di arrivare a Largo Argentina passiamo sotto ad un palazzo tappezzato di striscioni contro gli sfratti e subito scatta una solidarietà reciproca con cori e applausi.
Arriviamo al Ministero della Funzione Pubblica che siamo stanchi e accaldati, la giornata infatti è splendida e il sole picchia. E’ difficile sistemare ogni spezzone in Corso Vittorio e i manifestanti si raggruppano ai lati della strada per permettere a tutto il corteo di terminare il percorso, e sistemano i propri striscioni sui muri, appendendone altri ai muri del Ministero. Iniziano gli interventi dal palco con un discorso di Pierpaolo Leonardi. L’intervento è lontano dalla retorica solita di fine manifestazione e spesso viene interrotto da valanghe di applausi, cosicché anche i più navigati si fermano sotto il palco ad ascoltare. Leonardi sottolinea sia l’importanza del primo sciopero nazionale dei precari pubblici sia il risultato che 4 delegazioni di lavoratori siano in quel momento ricevute dai ministri o dai sottosegretari della Funzione Pubblica, della Giustizia, della Sanità e del Lavoro. Il suo giudizio sull’operato del Governo è duro, ma afferma che è necessario aprire un tavolo stabile di confronto, pur nelle diverse posizioni. Per il Coordinatore della CUB è urgente che le mobilitazioni continuino e che i lavoratori precari si diano strutture solide, alle quali la CUB fornirà i mezzi per lottare. Comunica che la Federazione della stampa ha risposto ad un messaggio di solidarietà con un messaggio analogo e, dopo aver ricordato l’appuntamento dello sciopero generale contro la finanziaria del 17 novembre, conclude, ormai quasi senza voce e tra gli applausi, rimandando a future e imminenti mobilitazioni, senza le quali nulla sarà possibile.
Se l’intervento di Leonardi ha suscitato entusiasmo, sono però i discorsi dei lavoratori che lo seguono ad emozionare di più. E’ in quei discorsi infatti che si sente la partecipazione in prima persona dei precari stessi che non vogliono più delegare a nessuno il proprio futuro e che hanno preso consapevolezza della propria forza. Lo si sente nelle parole incerte per l’emozione di parlare davanti ad una platea fino ad allora neanche immaginata. Chiedo ad un precario della scuola di intervenire visto che ha molte cose da dire, ma lui mi risponde: “No, non ce la faccio, ma hai visto quanta gente? Certo che sono proprio contento di essere venuto, giornate così di danno forza per continuare”. Ci salutiamo ripromettendoci di organizzare a breve nuove iniziative.
Bene, il risultato è ottimo, ma adesso? Occorre continuare e sarà difficile organizzare qualcosa di paragonabile al 6 ottobre.  
A casa racconto gli esiti della manifestazione, ma mi fanno notare che il mio entusiasmo cozza con la quasi totale mancanza di notizie in televisione. E’ vero che c’è lo sciopero della stampa, ma lo sciopero dei trasporti e della stampa hanno avuto comunque un certo risalto. Hanno ragione, se la televisione non parla di te vuol dire che per l’opinione pubblica non esisti. E’ urgente affrontare anche questo aspetto e trovare forme di comunicazione con il pubblico, altrimenti i precari di questo paese rischiano di rimanere per sempre degli invisibili.
Francesco  Bonfini  
CUB Scuola Bologna Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Bologna, 7 ottobre 2006   
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