Osservazioni della Cub al disegno di legge n. 1047 di riforma del processo di lavoro avanzate nel corso dell'audizione delle commissioni giustizia e lavoro del Senato

 

SENATO della REPUBBLICA - DISEGNO DI LEGGE N. 1047 d’iniziativa dei senatori SALVI, TREU, ROILO, ADRAGNA, BOBBA, DI SIENA, LIVI BACCI, MERCATALI, MONGIELLO, CASSON, D’AMBROSIO, MAGISTRELLI, MANZIONE e RUBINATO - Riforma del processo del lavoro

 

PRENDI IL TESTO delle osservazioni fatte dagli avvocati della CUB .zip

Agli UFFICI di Presidenza
Delle Commissioni Riunite
Giustizia e Lavoro
SENATO DELLA REPUBBLICA

Fax 06 67064836

Brevi osservazioni sul disegno di legge n.1047 di Riforma del processo del lavoro.


La Confederazione Unitaria di Base nelle persone della delegazione rappresentata  dagli avv.ti Lorenzo Franceschinis, Giuseppe Marziale, Alberto Medina e Patrizia Totaro, espone le seguenti osservazioni in merito al disegno di legge in oggetto, con riserva di successive integrazioni.

Sul Capo I.
Si condivide l’intenzione di garantire celerità e certezza al processo del lavoro e in particolare alle controversie riguardanti licenziamenti e trasferimenti.
Dubbi sorgono però sulle soluzioni proposte.
In linea preliminare va evidenziato che le controversie che richiedono celerità di decisione, nell’interesse di entrambe le parti, sono essenzialmente quelle relative ai licenziamenti e quelle relative ai trasferimenti, con esclusione delle controversie attinenti alla cessione di azienda o ramo di azienda di cui all’art.2112 c.c., destinatarie invece, anch’esse, della procedura sommaria prevista nel disegno di legge, nonostante una più difficile acquisizione degli elementi necessari ad una compiuta valutazione della legittimità dell’operazione e nonostante resti col trasferimento comunque garantita al lavoratore la precedente retribuzione .
Ai licenziamenti e ai trasferimenti pare corretto aggiungere, come previsto all’art.1 del disegno di legge, i recessi nei rapporti di cui all’art.409 numero 3) c.p.c…  
All’interno della modifica del rito del lavoro e nell’ottica di velocizzare le controversie attinenti ai licenziamenti, non può non essere preso in considerazione il problema del licenziamento dei soci lavoratori di cooperative, i quali, già generalmente posizionati nei gradini più bassi del mondo del lavoro per redditi e condizioni di lavoro, si trovano oggi in una sostanziale situazione di più difficile accesso alla giustizia, atteso il prevalere nella giurisprudenza di merito dell’orientamento che ritiene applicabile a tali controversie il rito societàario introdotto dal D.Lgs. 17.1.2003 n.5, con l’effetto di .riservare ai soci di cooperativa, anche nella materia che riguarda i diritti derivanti dal distinto contratto di lavoro,  una giustizia più costosa (per la non applicabilità delle esenzioni previste per i lavoratori di cui all’art. 409 cpc) e meno competente.
Per tale motivo, la riforma deve accompagnarsi a una chiara attribuzione al giudice del lavoro delle controversie attinenti al rapporto di lavoro e alla sua cessazione dei soci lavoratori delle cooperative, quale che sia la tipologia di contratto adottata.

Le modifiche sostanziali alla disciplina dei licenziamenti previste nel disegno di legge presentano aspetti positivi, ma anche rilievi critici e lacune.
Sicuramente positivi sono:
-    l’aver previsto una sanzione pecuniaria forte per il mancato adempimento dell’ordine di reintegrazione emesso dal giudice;
-    l’aver posto fine al contrasto giurisprudenziale sulla ripetibilità o meno delle somme riscosse dal lavoratore in caso di riforma della sentenza di reintegra, prevedendo la irripetibilità delle somme percepite per il periodo tra la sentenza di reintegra e la riforma della stessa;
-    l’aver recepito in legge il recente orientamento giurisprudenziale sull’onere della prova dei requisiti di applicabilità dell’art.18 L.300/70;
-    l’aver uniformato il regime delle invalidità del recesso, con generale applicazione dell’art.18 L.300/70 anche nei casi di nullità;
-    l’aver previsto il requisito della forma scritta per le dimissioni del lavoratore. La previsione deve però essere completata, con la facoltà di revoca delle dimissioni da parte del lavoratore entro un breve termine con altro atto scritto, al fine di rendere inefficace la prassi ormai molto diffusa di far sottoscrivere al lavoratore delle dimissioni in bianco all’atto dell’assunzione.

Aspetti da riformulare, sono:
-    il termine di decadenza dall’azione giudiziale di 4 mesi dal recesso, che – a prescindere dal fatto che esso addirittura è dal progetto in esame fatto  decorrere dalla data di comunicazione del provvedimento, e quindi, se di licenziamento si tratta, prima dell’inizio del preavviso e in corso di rapporto! - appare eccessivamente penalizzante per il lavoratore, non consentendo in molti casi una proposizione ben meditata dell’azione e soprattutto uno spazio temporale sufficiente per acquisire gli elementi necessari all’azione (si pensi ai licenziamenti intimati a ridosso delle ferie estive, ai licenziamenti di lavoratori ammalati o carcerati, ai licenziamenti collettivi che si individuano come tali proprio e solo nell’arco di 120 giorni,  etc..). Il termine breve può essere lasciato di 60 giorni per l’impugnazione ma solo stragiudiziale del licenziamento o del trasferimento mantenendo però la regola generale previste per le nullità poiché un diverso regime realizzerebbe una eccessiva dicotomia  con il termine quinquennale  generale previsto dal codice civile per i casi di annullabilità. Piuttosto che incentivare l’accelerazione dei giudizi con inopportune e incongrue decadenze pare meno invasivo prevedere semplicemente una sospensione del diritto al risarcimento di eventuali danni, quali ad esempio quelli previsti dall’art. 18 L. 300/1970 in caso di ritardo nella proposizione dell’azione giudiziaria.;
-    la previsione della sospensione cautelare in pendenza dell’arbitrato previsto dall’art.10 è penalizzante per il lavoratore, il quale, nelle more dell’arbitrato, non avrebbe diritto all’indennità di disoccupazione, la quale è invece attualmente erogata anche in caso di licenziamento disciplinare; ciò costituirebbe un forte disincentivo al ricorso al collegio arbitrale. Altro disincentivo al ricorso all’istituto dell’arbitrato ex art.7 L.300/70, già sperimentato nella pratica sindacale, è il costo dello stesso che finisce per gravare anche sul lavoratore. Deve essere prevista la gratuità per il lavoratore di tale strumento, che costituirebbe incentivo all’adesione allo stesso, utilizzando a tale fine le risorse messe a disposizione dall’apparato sanzionatorio previsto dall’art.4, invece che destinarle al Fondo di cui all’art.11 del disegno di legge;
-    Il Fondo previsto dall’art.11 è infatti inutile: se gli “oneri sostenuti per effetto di decisioni che modificano provvedimenti che hanno riconosciuto la legittimità del licenziamento” devono intendersi quelli gravanti sul datore di lavoro, è ingiusto prevederne anche una solo parziale compensazione. Infatti: visto che le uniche somme non ripetibili dal datore di lavoro risultato vittorioso in sede di impugnazione, sono quelle intercorse dopo la ordinanza di reintegrazione e che lo spirito del disegno è nel senso che la reintegrazione venga effettivamente disposta, le retribuzioni percepite dal lavoratore – e quindi erogate dal datore – corrispondono solamente ai mesi di effettivo lavoro.

Le norme processuali del Capo I relative all’introduzione del giudizio sommario nelle controversie sui licenziamenti e i trasferimenti pongono un problema di fondo che attiene alla garanzia del doppio grado del giudizio di merito.
In particolare il sistema del procedimento sommario delineato nel disegno di legge comporterebbe alcuni gravi scompensi nel sistema:
a)    legittimerebbe il giudice di primo grado a svolgere una istruttoria limitata per giungere al più presto alla decisione, riservando - come solitamente avviene nel procedimento ex art. 700 cpc, ovvero nella fase sommaria del procedimento ex art. 28 S.Lav. - al giudice “del merito” una istruttoria piena; questa scelta però inevitabilmente è destinata ad aggravare di molto il carico di lavoro delle Corti d’Appello che sarebbero chiamate a svolgere spesso complesse istruttorie rese necessarie dalla sommarietà del primo grado. Nella fase d’appello si realizzerebbe, dunque, una sorta di  “blocco” tale da vanificare tutti i vantaggi e i prezzi della precedente celerità;
b)    l’istruttoria avanti alle Corti d’appello si svolgerà inevitabilmente ad una maggior distanza di tempo dai fatti e, in genere, ad una maggior distanza anche territoriale dai luoghi di lavoro, dalle residenze dei testimoni, determinando più che comprensibili rischi di gravi lacune nell’accertamento effettivo dei fatti rilevanti per il giudizio;
c)    per il lavoratore che agisce nella fase sommaria, si porrebbe, poi,  il problema della imPossibilità à di una successiva  mutatio o emendatio libelli, rimanendo questi vincolato alle prospettazioni di fatto e di diritto svolte nella fase sommaria e alle conclusioni ivi rassegnate, con grave vulnus dei suoi diritti di difesa se  esercitati  in condizioni di urgenza e senza successiva Possibilità à di modifica;   
Si propone quindi di delineare un procedimento veloce ma che sia di cognizione piena e non sommaria.

Tale risultato ci pare raggiungibile in modo più semplice, efficace e lineare attraverso l’imposizione al giudice e alle parti della perentorietà e del dimezzamento di tutti i termini previsti dagli art.415, 416 e segg., ad eccezione del termine di 5 giorni tra il deposito del ricorso e l’emanazione del decreto di fissazione dell’udienza, che appare già sufficientemente abbreviato.
Se il ricorrente, per sua libera scelta, introduce oltre alla domanda di impugnazione di uno dei provvedimenti di cui all’art.1 (licenziamenti, altri recessi e trasferimenti) anche altre domande connesse (diverse da quelle relative alla qualificazione giuridica del rapporto e alla legittimità del termine), il giudizio segue invece il corso ordinario, così come se il ricorrente introduce la domanda dopo un periodo di 120 giorni (che appare ragionevole) dalla comunicazione di uno dei provvedimenti di cui all’art.1, comma I, in modo da escludere dal procedimento accelerato la parte che adotta comportamenti incompatibili con una tutela a corsia preferenziale.

Si lascerebbe infine la Possibilità à, nei casi diversi di effettiva e indifferibile urgenza anche diversi dai licenziamenti e dai trasferimenti, di ricorrere ancora al procedimento cautelare, che diverrebbe però estremamente residuale.

Al CAPO I del disegno di legge andrebbero quindi riassuntivamente apportate le seguenti modificazioni.

Art.1:
Modificare nel senso di limitare il procedimento accelerato ai soli licenziamenti e trasferimenti, eliminando dalle controversie quelle originate dall’applicazione dell’art.2112 c.c..
Aggiungere un punto d): licenziamenti o recessi nei rapporti di lavoro tra soci e cooperative, anche nel caso di rapporti di cui all’art.409, primo comma, numero 3), del codice di procedura civile.
All’art.409 del codice di procedura civile apportare le seguenti modificazioni: dopo il punto 5) del primo comma sono aggiunte le parole: “6) I rapporti di lavoro tra soci lavoratori e cooperative, anche qualora si concretino in una prestazione d’opera continuata e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato.” Con abrogazione di tutte le norme incompatibili con tale disposizione.
Art.2

Da riformulare nel seguente modo: “Al giudizio introdotto con il ricorso avverso i provvedimenti di cui all’articolo 1, comma I, si applicano gli articoli 414 e seguenti c.p.c., ma tutti i termini concessi al giudice e alle parti sono perentori e sono ridotti della metà, ad eccezione del termine previsto dall’art.415, comma 2, che resta di giorni 5. La disposizione che precede non si applica: a) qualora il ricorrente introduca con lo stesso ricorso domande ulteriori rispetto a quelle di impugnazione dei provvedimenti di cui all’articolo 1, comma I e non attinenti alla qualificazione giuridica del rapporto e alla legittimità del termine; b) qualora il ricorrente introduca il giudizio a distanza di più di 120 giorni dalla comunicazione dei provvedimenti di cui all’art.1, comma I. In questo ultimo caso, ove trattasi di licenziamento,  il diritto al risarcimento dei danni  previsto dall’art. 18. l. 300/1970 resta sospeso dopo 5 mesi dalla data dell’estromissione dal lavoro fino alla data del deposito nella cancelleria del tribunale del ricorso  giudiziario di impugnativa del recesso. 
Art.3
La norma è superata in quanto il giudizio di primo grado viene concluso comunque con sentenza, impugnabile quindi con l’appello nelle forme e nei termini ordinari. Peraltro e in ogni caso l’eventuale urgenza della impugnazione appartiene alla parte soccombente in primo grado la quale è ovviamente libera di impugnare in un termine brevissimo, se lo ritiene.
Art.4
Va bene.
Art.5.
Non serve più, perché il giudizio si conclude con sentenza.
Art.6
Va bene
Art.7
Il termine di decadenza dalla impugnazione è troppo breve.
Si deve lasciare l’attuale termine di 60 giorni per l’impugnazione stragiudiziale
con la precedente distinzione per i casi di nullità.
Il comma 4 deve essere completato con la previsione della Possibilità à di revoca delle dimissioni scritte rassegnate dal lavoratore, al fine di rendere inutile la prassi ormai diffusa a danno delle categorie più umili di lavoratori, come ad esempio nell’edilizia, delle dimissioni scritte in bianco all’atto dell’assunzione.
A tal fine il comma 4° dovrà essere emendato aggiungendo alla fine del primo periodo le seguenti parole: “e sono revocabili da parte del lavoratore con altro atto scritto inviato a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento al datore di lavoro entro giorni 5 dalla cessazione del rapporto. La revoca delle dimissioni produce effetto ricostitutivo del rapporto di lavoro con effetto dal momento del ricevimento dell’atto da parte del datore di lavoro”.
Art.8
Va bene. Esso assieme alla riduzione dei termini previsti per il giudizio attivato entro 120 giorni dovrebbe consentire una sufficiente accelerazione dei giudizi.
Art.9
Va bene
Art.10
Abolire la previsione della sospensione cautelare in pendenza dell’arbitrato previsto dall’art.10, che  è penalizzante per il lavoratore, il quale, nelle more dell’arbitrato, non avrebbe diritto all’indennità di disoccupazione.
Deve inoltre essere prevista la gratuità per il lavoratore di tale strumento, che costituirebbe incentivo all’adesione allo stesso, utilizzando a tale fine le risorse messe a disposizione dall’apparato sanzionatorio previsto dall’art.4, invece che destinarle al Fondo di cui all’art.11 del disegno di legge;
Art.11
Il fondo previsto dall’art.11 deve servire a finanziare il costo dei collegi di conciliazione e arbitrato previsti dall’art.7 L.300/70, essendo altrimenti privo di ragione.
Sul CAPO II.
Si esprime un generale parere favorevole, nella direzione di sottrarre al giudice il maggior numero di attività non giurisdizionali, come quelle relative agli accertamenti medico-legali per il diritto a prestazioni previdenziali.
Sul CAPO III
La storia dei tentativi dell’ultimo decennio di incentivare procedure conciliative pregiudiziali insegna che le parti o hanno già raggiunto un’intesa e devono solo trovare il luogo per formalizzarla oppure la raggiungono solo davanti al giudice che deve decidere la controversia.
Il fatto di portare il tentativo di conciliazione all’interno del giudizio, per quanto riesca nell’intento di dare al conciliatore la Possibilità à di intervenire quando le parti hanno scoperto tutte le proprie carte, non sfugge a questo dilemma. Se il tentativo lo effettua il giudice ha Possibilità à di successo, ma tutto resta come è attualmente. Se il tentativo viene effettuato da un altro soggetto, è destinato al fallimento perché le parti vogliono capire prima di decidere quale sia l’orientamento e il suggerimento del giudice.
Il modello attuale del tentativo obbligatorio di conciliazione previsto dall’art.410 cpc deve essere superato in quanto apportatore di costi, di attività e di tempi che non trovano sufficiente corrispondenza nei benefici effettivi portati dallo stesso. Le poche controversie conciliate avanti alle Commissioni delle DPL (escludendo quelle nelle quali le parti avevano già raggiunto un’intesa da sole) non giustificano infatti il dispendio di mezzi e di personale pubblico delle DPL e di attività delle parti, individuali e sindacali.
Si deve invece operare per favorire le intese già raggiunte tra le parti, evitando che le stesse creino inutili procedure burocratiche presso le DPL o le cancellerie dei giudici del lavoro, prevedendo che le parti possano conciliare le liti e/o rinunziare alle domande anche con la sola assistenza dei propri avvocati di fiducia, con gli stessi effetti delle conciliazioni raggiunte nelle sedi di cui all’art.411 cpc.  
Inoltre e a prescindere dalle considerazioni di cui sopra, il meccanismo previsto dal disegno di legge per il tentativo di conciliazione all’interno del giudizio appare troppo complicato e farraginoso, con un continuo transito di fascicoli tra il giudice e il conciliatore e viceversa, con un aggravio di attività di cancelleria che non giustificherebbe le poche transazioni raggiungibili.
Infine la previsione che le parti corrispondano il compenso al conciliatore o all’arbitro costituisce un ulteriore disincentivo al raggiungimento della transazione in quella sede, essendo più conveniente raggiungerla davanti al giudice. E’ contraddittorio altresì che lo stesso tentativo di conciliazione, con i medesimi effetti e gli stessi sgravi fiscali, sia esperibile davanti al giudice – qualora lo stesso trattenga presso di sé tale attività – senza costi per le parti, oppure davanti a un conciliatore designato con obbligo però di pagamento per le parti.
Si ritiene che un sicuro risultato di riduzione di carico di lavoro sul giudice si realizzerebbe se la previsione dell’abbattimento del 50% dei pesi fiscali e contributivi  si facesse operare per le conciliazioni che vengano comunque raggiunte prima dell’inizio dell’istruttoria. Le parti riceverebbero (in analogia col patteggiamento in sede penale) un vantaggio commisurato alla riduzione di lavoro per il sistema giudiziario solo se si rendono artefici di quella riduzione. Il giudice, dal canto suo, avrebbe uno strumento di pressione in più sulle parti.
Quindi in relazione al Capo III si propone in sintesi di:
·    abrogare il tentativo obbligatorio di conciliazione previsto dall’art.410 cpc;
·    prevedere la Possibilità à della conciliazione delle lite, con gli effetti di cui all’art.411 cpc, anche con la assistenza dei legali di fiducia delle parti;
·    prevedere un beneficio fiscale in ogni caso di conciliazione raggiunta tra le parti, sia prima dell’introduzione del giudizio sia avanti al giudice purchè intervenga prima dell’inizio della fase istruttoria.

Si ritiene che tali soluzioni sarebbero idonee e sufficienti a incentivare il meccanismo conciliativo e a evitare inutili procedure burocratiche in caso di transazioni già raggiunte tra le parti.

Restando a disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento e riservandosi ulteriori approfondimenti, si porgono rispettosi saluti ai Presidenti e ai membri delle Commissioni Giustizia e Lavoro

Roma, 22 novembre 2006.

Per la Confederazione Unitaria di Base gli avv.ti Lorenzo Franceschinis, Giuseppe Marziale, Alberto Medina e Patrizia Totaro

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