COMUNICATO STAMPA

Taglio degli organici: FERMIAMO I «DADAISTI» DEL MINISTERO DELL'ISTRUZIONE, FINCHE' SIAMO IN TEMPO


  In questi giorni stanno arrivando alle scuole i prospetti degli organici formulati, scuola per scuola, dal MIUR, il Ministero dell'Istruzione, sulla base della Legge Finanziaria che prevede l'obbligo di «ricondurre a 18 ore di insegnamento» le cattedre delle scuole medie e superiori, eliminando le «ore a disposizione».  Tale meccanismo - preso per produrre l'ennesimo risparmio sulla scuola pubblica a scapito di migliaia di lavoratori precari (le cattedre dei precari vengono distribuite eliminando le «ore a disposizione» dei colleghi di ruolo) - avrà come diretta conseguenza l'implosione della scuola superiore.

   Portare a 18 le ore di insegnamento per tutti i docenti, significa, infatti, destrutturare gran parte delle cattedre «ordinarie» - così come sono state costituite negli anni in relazione ai diversi indirizzi scolastici - e trasformarle in cattedre «interne», facendo venir meno uno dei cardini del sistema, la continuità didattica dei docenti sui vari corsi.

   Ogni indirizzo di scuola superiore, com'è noto, prevede di impartire un numero definito di ore per ogni singola disciplina. Ad esempio, in un istituto tecnico commerciale, la cattedra di lettere nel biennio è costituita da 14 ore di insegnamento (5 ore di italiano e 2 di storia in una classe prima, altrettante in una classe seconda) nello stesso corso, con 4 ore «disposizione» per la sostituzione dei colleghi assenti per malattia (fino a 15 giorni non si può chiamare un supplente) o perché accompagnatori di classi in viaggi di istruzione, visite didattiche, gare sportive, ecc.; nel triennio la cattedra è costituita da 15 ore di insegnamento (3 ore di italiano e 2 di storia in una terza, una quarta e una quinta dello stesso corso), più 3 ore «a disposizione».   

   Ogni scuola ha sempre cercato, per comprensibili motivi, di costituire cattedre ordinarie su corsi completi. Giustamente, i genitori si sono sempre lamentati della girandola di insegnanti (nell'anno o nel corso degli anni), perché avere docenti stabili sui corsi fornisce maggiori garanzie di successo didattico degli studenti. Di solito solo per le classi di corsi non completi si costituiscono cattedre «interne», cioè scombinate, instabili. Tutti quelli che lavorano nella scuola sanno che tali cattedre hanno sempre rappresentato un problema aggiuntivo ai mali ordinari della scuola (problemi nella definizione dell'orario, di continuità didattica, di composizione dei consigli di classe, di adozione dei libri di testo). Si tratta delle cattedre spesso - ma sempre meno, ultimamente, per via dei pesantissimi tagli - assegnate in supplenza dall'amministrazione scolastica ai precari.  

   Ebbene, il metodo utilizzato dal sistema informativo del MIUR per ricondurre tutte le cattedre a 18 ore di insegnamento amplifica a dismisura i «problemi», li riconduce «a sistema»; ricorda molto da vicino quello burlone e provocatorio delle avanguardie letterarie dadaiste che, stufe delle regole ordinarie, componevano testi poetici sorteggiando le parole: «Prendete un giornale. Prendete un paio di forbici. Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia. Ritagliate l'articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto. Agitate dolcemente ...» (Tristan Tzara, "Manifesto sull'amore debole e l'amore amaro", 1920). Si tratta del sistema folle (ma non privo di metodo) evidentemente utilizzato dal MIUR, che deve aver immesso in un calcolatore i dati, scuola per scuola, con la richiesta di avere, non importa come, tutte le cattedre a 18 ore. L'esito è dirompente. Per assemblare cattedre di 18 ore il sistema informatico del MIUR - che ha inviato ad ogni scuola i prospetti - non ha tenuto conto dell'esistenza dei corsi: si è semplicemente preoccupato di fare risultare i numeri. In questo modo da una parte sono «saltate» migliaia di cattedre (quelle dei precari e dei colleghi di ruolo sugli «spezzoni», le cattedre su più scuole), dall'altra le cattedre costruite dal ministero, che ha così voluto dimostrare che è materialmente possibile operare sensibili risparmi sugli organici, sembrano ideate da un mentecatto: un insegnante di economia aziendale in un istituto tecnico commerciale, ad esempio, dovrebbe fare sempre e solo 6 ore in 3 classi quinte; un altro avrebbe solo classi prime: 2 ore in nove classi. Un docente di italiano e storia, anziché avere un biennio o un triennio, dovrebbe insegnare italiano in tre seconde (totale 15 ore) e italiano in una quarta (3 ore) oppure storia in due prime (2 ore per 2), italiano in due seconde (5 ore per 2) e storia in due seconde (2 ore per 2). E così via per tutte le discipline. Un incubo per le scuole superiori pubbliche.

   L'attuale sistema prevede, logicamente, che un docente di italiano e storia prenda gli studenti in una prima e li porti in seconda, articolando la sua programmazione nel corso del biennio. Un altro docente li riceva in una terza ed articoli il corso di storia e di letteratura nell'arco del triennio (a volte rimandando alcuni approfondimenti all'anno successivo). Ciò non sarà più possibile. Con le cattedre interne, è vero, i conti (quelli economici, del risparmio) tornano. Quello che non torna è tutto il resto: professionalità, esperienza, programmazione, continuità didattica, collegialità dei consigli di classe, scelta dei libri di testo, numero di occupati. In breve: la qualità della scuola.  Gli studenti cambierebbero praticamente ogni anno gli insegnanti perché, per fare quadrare i conti, occorrerà sempre e solo costituire cattedre interne. È inimmaginabile cosa diventeranno i Consigli di classe: sarà impossibile qualsivoglia programmazione. Non a caso nel progetto di riforma degli Organi Collegiali del Governo i Consigli di classe scompaiono.

   Ora i casi sono due: o chi ha preso tale decisione (una specie di virus buttato nella scuola pubblica) non immagina nemmeno gli effetti, e allora siamo di fronte a pericolosissimi e incompetenti dilettanti. Oppure il piano è scientifico, studiato a tavolino: la scuola pubblica deve essere distrutta, pezzo dopo pezzo. È vero che il MIUR non è più «MPI»: la «P», che stava per pubblica, con l'attuale Ministro è scomparsa, da Ministero della Pubblica Istruzione è diventato Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Ma è anche vero che la scuola è un bene pubblico che la collettività deve assicurare a tutti i cittadini nel migliore dei modi. Già l'abolizione dei commissari esterni agli esami di stato ha segnato un passo verso lo smantellamento del valore legale dei titoli di studio e quindi della funzione stessa della scuola pubblica di garante della serietà degli studi.  Si veda la decisione dell'Università Bocconi di non dare alcun peso al voto dell'esame di stato per l'accesso («Per entrare alla Bocconi la maturità non conta più. Scuola pubblica addio», La Stampa 13/2/'03).

   Impediamo quindi che il misfatto sia portato a termine: i lavoratori della scuola, gli studenti, i genitori, l'opinione pubblica si devono mobi litare finché si è in tempo.  

Torino, 9 aprile 2003

CUB Scuola

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