PER CONTRASTARE LE DISUGUAGLIANZE E RILANCIARE I CONFLITTI IN UN PERCORSO DI COSTRUZIONE DI LOTTA DI CLASSE elaborate da CUB - SGB - SLAI COBAS - SI COBAS - USI AIT in preparazione dello SCIOPERO GENERALE del 26 ottobre 2018

Il 23 settembre 2017 un’analoga assemblea ratificò la proposta di CUB SGB SLAI COBAS SI COBAS USI AIT di indire lo sciopero generale del 27 ottobre, assumendo l’obbiettivo di avviare un ciclo di lotte volto a contrastare le disuguaglianze e rilanciare i conflitti in un percorso di costruzione di lotta di classe - fuori e contro l’accordo del 10 gennaio 2014-.

La riuscita dello sciopero del 27 ottobre 2017 ci ha dimostrato la necessità di dare respiro e continuità all’azione, rilanciando la lotta su una piattaforma che abbia al centro:

1 Salario,
2. Welfare,
3.
Contrattazione e rappresentanza,
4. Nuovo modello contrattuale, rappresentanza nei luoghi di lavoro, diritto di sciopero,
5.
Conciliazione lavoro produttivo e riproduttivo nei contratti,
6. Orario ed organizzazione del lavoro,
7. Pensioni,
8 . Diritto alla casa,
9. Sicurezza
10. Guerra,
11. Migranti.

La piattaforma va intesa come strumento che, attraverso il confronto diretto con i lavoratori di tutti i settori, sia utile ad una mobilitazione il più ampia possibile, che ne metta al centro i contenuti in tutte le occasioni.

Confederazione Unitaria di Base
Sede Nazionale: Milano, V.le Lombardia 20 - tel. 02/70631804  www.cub.it   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.   

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  1.  SALARIO La questione salariale deve tornare ad essere in mano ai lavoratori, loro devono definire il quadro nel quale porre la contrattazione del salario. E’ importante recuperare il concetto di unicità del salario (diretto, indiretto, differito) per contrastare l’attacco dei padroni sui diversi fronti.

Contrattazione nazionale e contrattazione aziendale non devono essere predeterminate, vanno tenute distinte e salvaguardate. la contrattazione deve essere volta alla tutela del lavoratore dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, della salute, del contrasto dello sfruttamento, dei ritmi ed in sede decentrata anche al salario come riappropriazione dell’aumento dei profitti aziendali, senza legare il salario a logiche produttive sulle quali, oltretutto, non c’è nessun reale controllo.

La contrattazione di secondo livello deve essere estesa a tutti i lavoratori ed orientata all’applicazione e al miglioramento delle norme del ccnl.

I contratti nazionali debbono tornare ad essere strumento di difesa e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro ed i risultati positivi, conseguiti dalle realtà aziendali più avanzate, vanno estesi a tutti i lavoratori.

Gli aumenti del salario devono essere uguali per tutti; a parità di mansione, sempre per tutti, uomini, donne migranti e giovani, la paga oraria deve essere uguale. Il salario, in tutte le sue voci, va contrattato senza decontribuzioni e fiscalizzazioni, inventate per alleggerire i costi delle imprese e pagate dai lavoratori con meno pensioni e meno servizi.

  1.  WELFARE

Il welfare deve avere caratteristiche di universalità, deve avere natura e gestione pubblica e non può essere in alcun modo sostituito dal welfare aziendale.

Va respinto perciò un welfare aziendale in sostituzione degli aumenti salariali. Con il welfare aziendale, il datore di lavoro non versa più la sua parte di contributi previdenziali. I lavoratori risparmiano il 10% di tasse, ma perdono il 20% di versamenti previdenziali dell’azienda a loro favore. La convenienza, quindi, c’è soltanto per i padroni.

3. CONTRATTAZIONE E RAPPRESENTANZA

Bisogna ricomporre il ciclo produttivo, scomposto dal padrone attraverso l’applicazione di contratti differenti a lavoratori che svolgono le stesse mansioni, - finalizzata non solo al risparmio ma anche alla riduzione della capacità e della forza rivendicativa della classe lavoratrice - unificando i contratti a quello prevalente.

Va contrastata la logica dell’esternalizzazione, con conseguente utilizzo degli appalti e sub-appalti, del massimo ribasso realizzato attraverso la riduzione del salario, del ricatto verso lavoratori che vivono nel costante timore della perdita del lavoro.

Garantire stesso salario a uguale lavoro per impedire la concorrenza al ribasso, in particolar modo nelle cooperative! Occorre invertire la tendenza, le attività ed i lavoratori ad esse preposti devono essere reinternalizzati!

L’indicizzazione periodica dei salari è necessaria per contrastare la perdita di potere d’acquisto e la loro svalutazione.

Devono essere mantenuti prezzi e tariffe tutelate sui generi di prima necessità e sui servizi (luce, gas, acqua ecc.). Acqua, luce e gas devono essere servizi garantiti sempre e a tutti.

Va incrementato il salario anche nel suo aspetto indiretto, rivendicando l’esonero dai tickets sanitari, la gratuità delle rette degli asili, il ricovero degli anziani per le famiglie bisognose.

Il “salario minimo” va inteso come strumento per tutelare i lavoratori.

Per portare avanti questa contrattazione serve una pratica sindacale che abbia al centro il lavoratore e che abbia gli strumenti per rappresentarli; tra questi, fondamentale è la difesa del diritto di sciopero.

Dall’ambito locale, provinciale fino a quello nazionale la RAPPRESENTANZA sindacale va costruita facendo eleggere ai lavoratori i propri rappresentanti con elezioni libere, democratiche aperte a tutte le liste costituite e senza riserve per nessuno.

Il diritto di sciopero, che spetta alle lavoratrici ed ai lavoratori, deve rimanere nella loro disponibilità e senza vincoli per tutte le organizzazioni e per le rappresentanze elette. In questa prospettiva la legge 146 e collegate vanno superate ed abolite.

Diritto di sciopero, libera rappresentanza sindacale e contrattazione sono pesantemente attaccati dal testo unico di rappresentanza sindacale, (Accordo Confederale Del 10 Gennaio 2014)  firmato dalle associazioni datarioli, cgil, cisl, uil, sindacati autonomi ed anche da alcune organizzazioni sindacali di base.  Un accordo che sancisce il passaggio dal ventennio della concertazione, ormai inutile alle necessità del padronato, a quella della complicità sindacati/padroni.  Solo muovendosi fuori e contro il t.u.r. è possibile ridare una prospettiva di cambiamento ai lavoratori. Gravi sono le responsabilità dei sindacati che hanno firmato il t.u.r. condividendo nei fatti il tentativo di cgil, cisl uil e confindustria di trasformarlo in legge come enunciato nell’accordo siglato del 28 febbraio scorso, a pochi giorni dalle elezioni politiche.

  1.  IL NUOVO MODELLO CONTRATTUALE- Cgil-cisl-uil e confindustria hanno firmato l'accordo sul nuovo modello contrattuale con l'obiettivo di riportare nelle loro mani il ruolo di principale agente contrattuale, in una situazione in cui perdono rappresentatività.

Per raggiungere questo obiettivo, debbono imporre che i contratti da loro firmati siano validi ed applicabili per cui chiedono una legge di sostegno sulla misurazione della rappresentatività sia delle organizzazioni sindacali che quelle datoriali, che renda i contratti validi erga omnes.

L’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 è finalizzato ad accentrare la rappresentanza in azienda e impedire la lotta contro gli accordi non condivisi dai lavoratori. Il 28 febbraio 2018 si aggiunge un altro accordo sul monopolio della contrattazione, per rendere legalmente vincolanti gli accordi tra le parti.

Il modello di Cgil-cisl-uil e Confindustria conferma i due livelli di contrattazione: nazionale di categoria e decentrato (aziendale o territoriale), spostando però il peso principale verso quello aziendale. Le categorie vengono lasciate libere di scegliere l’albero cui impiccarsi: possono decidere le voci retributive nei due livelli, a patto che si muovano all’interno dei nuovi parametri individuati nel contratto nazionale:

  • il Tem «Trattamento economico minimo»
  • il Tec «Trattamento economico complessivo», comprese le «eventuali forme di welfare».

I minimi si adegueranno all’indice di inflazione Ipca, bloccando i salari reali anche a fronte di aumenti della produttività. Ciascun contratto sceglierà il meccanismo di erogazione: aumenti in base alle previsioni (come fanno per esempio i chimici, salvo conguaglio) ovvero aumenti a consuntivo (i metalmeccanici).

Apripista di tale tendenza è il CCNL meccanici che ha erogato 1,7€ lordi mensili di aumento e spostato salario alla sanità aziendale, chiara dimostrazione della condivisione della linea liberista di depotenziare la sanità pubblica, universale e gratuita.

I lavoratori sono dentro un processo redistributivo causato da un mutamento di equilibri economici, sociali e politici di dimensione storica dall’inizio degli anni 80.

Lo strumento principale per il blocco, in pratica la riduzione, dei salari è quello concordato assieme dai sindacati Confederali, Confindustria e governo tramite il non rinnovo dei contratti. Il settore Pubblico ne è l’esempio lampante, con il blocco del rinnovo contrattuale durato 10 anni e la recente sottoscrizione con peggioramento normativo, aumenti salariali da miseria che non recuperano neanche lontanamente quanto è stato perso in tutti questi anni.
Nel nostro paese, mentre i salari sono stati esclusi dalla partecipazione agli aumenti della produttività, la quota dei profitti sul Pil è aumentata di oltre 10 punti. Contemporaneamente, il reddito degli imprenditori è aumentato di oltre il 13%.
Depurate dall’inflazione, le retribuzioni pro capite del 2016 sono state più basse di 600 euro rispetto a quelle del 2007. Questi dati si riferiscono a tutta l’economia, ossia tengono conto sia del settore pubblico sia di quello privato e dimostrano che non solo non abbiamo fatto passi avanti, ma siamo andati indietro.

I sindacati complici condividono quanto sostengono Governi e padroni: i bassi salari dipendono dalla scarsa produttività del lavoro, di conseguenza, per aumentare i salari, occorre aumentare la produttività. Per raggiungere questo obiettivo, occorre dare maggior peso alla contrattazione locale, attribuendo aumenti salariali soltanto a quei lavoratori che incrementano la loro produttività.

  1.  LOTTA CONTRO LE DISCRIMINAZIONI DI GENERE, CONCILIAZIONE TRA LAVORO PRODUTTIVO E RIPRODUTTIVO, PER L’OCCUPAZIONE FEMMINILE ED IL REDDITO DI EMANCIPAZIONE ALLE DONNE VITTIME DI VIOLENZA.

In Italia “6,8 milioni di donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale” (Istat, 2014). Queste violenze riguardano circa la metà dei lavoratori italiani, le donne. La questione ci riguarda.

La riproduzione della forza-lavoro – detta comunemente lavoro di cura - per sua natura è attività economica: è necessaria per far crescere un essere umano e per disporlo a compiere un lavoro; molte lavoratrici - anche lavoratori, ma il lavoro di cura è storicamente delegato alle donne - oltre al proprio lavoro (mal)retribuito in azienda, si dedicano ad un quotidiano lavoro riproduttivo - ad es. pranzo e cena, lavo e stiro, cura dei bambini in via esclusiva o principale, cura della famiglia e dei parenti anziani - che nella nostra società capitalistica non viene riconosciuto, non è retribuito e quindi risulta senza valore.

Per le donne che vi si dedicano, in aggiunta al lavoro che produce reddito, è un doppio sfruttamento soprattutto quando la precarizzazione del lavoro impone una disponibilità totale del tempo, del corpo, della mente e salari da fame. Si tratta di un lavoro invisibile reso più pesante dalla carenza di servizi sociali (asili-nido e scuole dell’infanzia gratuiti, servizi di assistenza domiciliare, ecc), imposta dalle scelte governative neoliberiste di politica economica e dai tagli al bilancio dello Stato.

Le conseguenze sulle condizioni di vita e di lavoro sono evidenti: peggioramento di tempi/qualità della vita; salario decurtato dai costi di servizi di cura, rinuncia al tempo libero per dedicarsi solo al lavoro riproduttivo, troppo spesso le donne sono costrette a lasciare il lavoro (30.000 nel 2016, dato del Ministero del Lavoro) se non possono conciliare lavoro produttivo e riproduttivo.

Oltre a una richiesta di welfare pubblico, allo Stato ed alle istituzioni vanno rivolte domande di interventi che garantiscano alle donne l’indipendenza economica quale precondizione per l’indipendenza psicologica, fisica e sessuale ed interventi incisivi contro la violenza di genere, domestica e nei luoghi di lavoro, misure efficaci contro le discriminazioni e garanzia di un reddito – detto di emancipazione – per le donne che, vittime di violenza, vogliono uscirne ma hanno un reddito insufficiente.

Nei contratti privati (nel pubblico ne esistono e vanno rafforzate), uscendo da dinamiche parolaie e generiche di pari opportunità, rivendichiamo l’inserimento di misure effettive di uguaglianza, per:

  • Flessibilità favorevoli alle lavoratrici (e ai lavoratori impegnati nei lavori di cura): diritto al part time obbligatorio e reversibile a richiesta, orario correlato ai servizi e ad improvvisi problemi di cura, clausole di garanzia per la salvaguardia dei diritti e del posto di lavoro.
  • Controllo degli elementi retributivi salariali e delle situazioni professionali di inquadramento M/F per l’introduzione di correttivi. (Le lavoratrici italiane guadagnano il 30% in media in meno dei colleghi)
  • Dinamiche di trasparenza dei dati relativi al lavoro precario ed al sottoinquadramento femminile, accessibili ai delegati.
  • Responsabilità della direzione aziendale in caso di molestie, ricatti sessuali, violenze, mobbing di genere (introduzione di procedure d’intervento semplificate).
  1.  ORARIO - In Italia si lavora mediamente di più (1645 ore/anno) rispetto a paesi come la Germania (1306) e la Francia(1390), dove le performance complessive dell’economia sono nettamente migliori.

L’occupazione potrebbe crescere del 9% se un lavoratore italiano lavorasse in media le stesse ore annue di un lavoratore europeo; crescerebbe del 14% se lavorasse come un lavoratore francese e addirittura del 20% se lavorasse come un tedesco.

Come minimo si abbasserebbe drasticamente la disoccupazione e nella migliore delle ipotesi troverebbero occupazione i lavoratori scoraggiati e quelli che lavorano in nero.

Orario settimanale a 32 ore a parità di salario, no agli straordinari, al lavoro domenicale e festivo e al lavoro notturno per le donne e per gli uomini con carico di lavoro di cura verso familiari e/o congiunti,devono diventare terreno di conflitto anche per rispondere alle trasformazioni tecnologiche intervenute e alla necessità di affrontare con i giusti strumenti il calo occupazionale e la disoccupazione giovanile in particolare.

La riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario deve superare le disparità esistenti con gli altri paesi, deve estendere ai lavoratori gli effetti positivi dell’innovazione tecnologica che deve favorire i lavoratori in benessere e tempo libero. La riduzione dell’orario deve essere accompagnata ad un controllo sull’organizzazione del lavoro per impedire la competizione salariale e normativa tra i lavoratori attraverso le esternalizzazioni.

Le vertenze che stanno interessando tutti i settori produttivi, legati alla logistica, alla grande distribuzione e al settore metalmeccanico, mostrano come la frammentazione del processo produttivo, svincolato da forme di controllo, sia all’origine di fenomeni di intensificazione dei ritmi di lavoro.

Finora sono state esaudite tutte le richieste dei padroni: un’infinità di tipi di contratto (46) per garantire la cosiddetta flessibilità, la liberalizzazione del contratto a tempo determinato, la cancellazione dell’articolo 18 e per ultimo la decontribuzione per i nuovi assunti. Tutti conoscono il risultato: aumentano e non di molto i posti di lavoro, quasi tutti in forma precaria,ma il monte ore totale prestato è più basso del 6%.

Mentre si sanzionano gli scioperi con multe e provvedimenti, nulla si fa contro le aziende che violano i diritti dei lavoratori con l’utilizzo di contratti precari e del lavoro nero,

Riduzione dell’orario di lavoro settimanale, controllo dell’organizzazione del lavoro, lotta alla precarietà e affermazione di un lavoro stabile e tutelato, un piano straordinario di investimenti pubblici per la messa in sicurezza del territorio, del patrimonio abitativo e della sicurezza del lavoro, un piano nel settore pubblico per reinternalizzare i servizi appaltati e per assumere i lavoratori precari, rappresentano un insieme di obiettivi capaci di affrontare la disoccupazione, i ricatti e dare fiducia a milioni di giovani.

  1. PENSIONI - Va abolita la riforma Fornero, fissando l’età pensionabile per vecchiaia a 60 anni e quella di anzianità a 35 anni di contributi con calcolo retributivo.

L’analisi dei bilanci del sistema pensionistico mostra che dal 1996 i contributi versati da lavoratori e aziende, dallo Stato per quanto di sua competenza e le tasse sulle pensioni coprono abbondantemente il costo delle pensioni. Nel 2016 il bilancio ha chiuso addirittura con un attivo di quasi 39 miliardi. Si può quindi tranquillamente sostenere che:

  • Il sistema previdenziale è in equilibrio, anzi produce attivi considerando le imposte trattenute ai pensionati in essere. Questo risultato positivo complessivo è condizionato negativamente dagli ex Fondi speciali, confluiti nel FPLD con distinte contabilità (ex INPDAI, Fondo Trasporti, Fondo Volo, Fondo Elettrici)
  • Gli ex Fondi speciali, l’insieme dei fondi coltivatori diretti, artigiani, il disavanzo ereditato dall’Inpdap (23,7 miliardi di euro ), dovuto al mancato versamento da parte delle amministrazioni pubbliche dei contributi previdenziali trattenuti ai loro dipendenti, assorbono risorse che potrebbero coprire la cancellazione della Fornero
  • La spesa pensionistica inoltre ha una dinamica molto contenuta perché dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali dei lavoratori attivi e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale.

I DUE INTERVENTI NECESSARI:

LA SPESA ASSISTENZIALE. Sta esplodendo la spesa assistenziale, non quella previdenziale: nel 2016 ha toccato quota 107 miliardi mentre dovrebbe essere a totale carico della fiscalità generale.

I governi decidono spese assistenziali necessarie quali assegni sociali, invalidità civile, accompagnamento, pensioni di guerra, maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, 14esima mensilità, social card, decontribuzioni per le assunzioni e reddito di inserimento (Rei) ma imbrogliano quando le mettono in carico all’inps, facendo apparire che la spesa previdenziale è insostenibile.

E’ arrivato il momento di dividere totalmente la previdenza, finanziata con un’aliquota di scopo cioè i “contributi sociali”, e l’assistenza finanziata con la fiscalità generale; la gestione dei due comparti deve essere completamente separata.

LE PENSIONI DEL FUTURO. Le riforme varate, incentrate su calcolo contributivo e su un’elevata età di accesso alla pensione, comportano prestazioni sempre più lontane e sempre più basse ed insufficienti.

I giovani che oggi faticano ad entrare nel mondo del lavoro, i tanti non più giovani ancora costretti a lavori precari e a bassi salari, avranno una copertura pensionistica certamente inadeguata e bassa. Poveri da giovani e ancor più poveri da anziani.

La previdenza privata, costruita sullo scippo del tfr e su un ulteriore costo messo a carico dei lavoratori, secondo gli “imbroglioni” dovrebbe neutralizzare gli effetti del taglio alle pensioni pubbliche. In realtà chi vive di lavoro precario, se anche volesse, non può destinare alla previdenza privata neanche un euro. Essa inoltre implica maggiori costi di gestione e prestazioni incerte poiché legate alla variabilità dei mercati finanziari.E’ necessario modificare l’assetto attuale, per garantire pensioni pubbliche vicine ai salari medi e non legate soltanto ai contributi versati ; va ripristinato il calcolo retributivo e riconosciuti contributi figurativi per tutti gli anni di disoccupazione involontaria.

L’intervento sul salario, sull’orario e sulle pensioni è strettamente collegato al superamento del jobsact e di tutti i contratti di lavoro precari o addirittura gratuiti, inventati da governi e padroni negli ultimi 30 anni per tagliare i salari, aumentare lo sfruttamento e l’orario di lavoro preparando una vecchiaia di povertà.

  1.  DIRITTO ALLA CASA. La situazione abitativa si sta facendo sempre più drammatica per la classe lavoratrice e per i pensionati.

In Italia la quota di salario impiegato sotto forma di pagamento degli affitti e dei mutui è di gran lunga superiore a quella degli altri principali paesi europei, mentre la quota di edilizia popolare si attesta intorno al 4% rispetto a una media europea intorno al 20% e continua a diminuire per effetto delle vendite e del degrado del patrimonio abitativo pubblico.

Gli sfratti per morosità e per il mancato pagamento dei mutui stanno determinando una vera emergenza sociale, non solo nelle grandi città ma anche in molti centri medio piccoli. La politica che si sta affermando a livello nazionale e locale, a partire dal famigerato “Decreto Lupi”, è quella di trasformare la questione sfratti da questione sociale a questione di servizi sociali colpevolizzando la povertà, riducendo le tutele, ingrassando il cosiddetto “terzo settore”

L'unica risposta a un'emergenza casa diventata strutturale è il rilancio dell'edilizia pubblica, destinando quote fisse di bilancio dello Stato e degli enti locali all'aumento dell'offerta di case popolari.

Deve essere avviato il riutilizzo del patrimonio pubblico sfitto, introducendo quote fisse di edilizia popolare in tutti i piani di riqualificazione urbana, trovando le risorse necessarie tramite l'eliminazione degli scandalosi privilegi della rendita quali la cedolare secca, che permette a un ricco che affitta appartamenti di pagare meno tasse di un lavoratore dipendente con l'aliquota minima, e l'esenzione dell'IMU per l'invenduto, regalo ai grandi costruttori e alle banche.

Va modificata la legge 431/98, che “regola” il mercato degli affitti, reintroducendo nel mercato privato un canone equo legato al valore degli alloggi e prevista la requisizione degli immobili sfitti delle grandi società immobiliari.

In assenza di soluzioni abitative alternative, devono essere bloccati gli sfratti, cancellata la parte del decreto “salvabanche” di Renzi che permette ai custodi giudiziari di eseguire in proprio gli sfratti nei confronti di chi non riesce a pagare il mutuo, eliminate le discriminazioni contro gli immigrati nelle assegnazioni.

Va incentivato l'uso degli edifici pubblici e privati per dare risposta al bisogno abitativo tramite l'autorecupero e non eseguiti sgomberi contro chi ha occupato edifici o alloggi come risposta all'emergenza abitativa. Vanno abolite le norme che agli occupanti per necessità tolgono la residenza e i diritti fondamentali collegati (assistenza sanitaria, misure di sostegno al reddito, forniture acqua, luce, gas, stipula contratto di lavoro, scelta della scuola per bambini ecc).

  1.  SICUREZZA – Le morti sul lavoro che continuano ed aumentano sono il chiaro sintomo che c’è molto da fare contro queste stragi.

Le cause di questi omicidi sono evidenti:

  • taglio degli investimenti sulla sicurezza e sui dispositivi
  • esternalizzazione delle fasi pericolose affidate al lavoro precario, invecchiamento della forza lavoro effetto della “riforma” delle pensioni,
  • corruzione negli “enti paritetici” che falsificano gli attestati di formazione e non vedono il lavoro nero privo di copertura assicurativa,
  • strategia di stravolgimento delle responsabilità: non più dei datori di lavoro che non adottano le misure di prevenzione, ma dei lavoratori “distratti” o poco formati,
  • svuotamento dei Servizi di vigilanza e ispezioni delle ASL,
  • orientamento della Magistratura verso assoluzioni di datori di lavoro che hanno omesso le misure di protezione, attraverso il cavillo della non certezza della colpa soggettiva, come nelle cause sull’amianto. Il delitto perfetto: è accertato il reato, ma non individuabile il colpevole!

Bisogna cambiare in profondità:

  • stabilizzare i lavoratori precari,
  • riportare all’interno delle fabbriche lavori di manutenzione,
  • ridurre i ritmi di lavoro, tenendo conto della differenza di genere e di età,
  • dotare i servizi ispettivi delle ASL di risorse adeguate,
  • riaffermare che tutti sono uguali davanti alla legge e che il diritto vale non solo per padroni e manager, ma soprattutto per i lavoratori vittime di infortuni o malattie professionali.
  1.  GUERRA - La guerra è contro i lavoratori e i ceti popolari

«Alla fine della guerra tra i vinti faceva la fame la povera gente, tra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente» (B. Brecht).

Nei giorni scorsi Usa, Francia e Gran Bretagna hanno attaccato la Siria a conferma della recrudescenza della guerra inter imperialista che dura da decenni. La guerra oggi si combatte tra i blocchi economici imperialisti con lutti e tragedie inimmaginabili nei paesi considerati “terra di conquista” e/o strategicamente importanti per gli interessi di questi blocchi.

Va perseguita l’unità dei lavoratori di tutti i paesi, a partire da quelli europei, per contrastare le politiche dei rispettivi governi a favore della guerra interna, per imporre sempre più sfruttamento, e imperialista verso l’esterno.

L’andamento florido dell’industria bellica e l’aumento delle spese militari degli stati sono il segno evidente che siamo sempre in guerra.

I lavoratori, contro i quali i padroni combattono una guerra interna per togliere loro reddito, diritti e welfare, devono sapere che il rischio di una guerra esterna devastante non è mai stato così alto. C’è l’esigenza perciò di lottare contro una politica economica che impoverisce il lavoro dipendente, smantella lo stato sociale, degrada i diritti, applica liberismo all’interno e guerra di bombe all’esterno per rapinare le risorse o acquisirle a basso prezzo.

Pochi sanno quanto paghiamo per preparare le guerre: Nel 2018 si spenderanno 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno), di questi, 15,5 miliardi vengono spesi per il rinnovo degli armamenti, ossia per avere armamenti idonei a uccidere meglio.

A queste cifre vanno aggiunte quelle per le “missioni umanitarie”, che spesso coprono vere e proprie missioni militari, e per il deposito per le armi nucleari in Italia.

Tutte risorse sottratte alle nostre principali necessità di case, ospedali, asili, scuole e servizi sociali.

  1.  MIGRANTI

In questo contesto imposto da dinamiche capitalistiche analoghe a quelle che, a cavallo del ‘900, provocarono le grandi migrazioni dall’Europa (dall’Italia di un terzo della popolazione), ha origine l’attuale migrazione di milioni di persone per sfuggire alla fame e alla morte; ha origine il problema dell’accoglienza e dell’integrazione nei paesi verso i quali il flusso si dirige

Dal fondo della miseria in cui sono precipitati, i tre quinti dell’umanità presenta il conto ai paesi imperialisti, sotto forma di un esodo inarrestabile.

Gli immigrati che sbarcano in Italia, in transito per raggiungere i paesi europei con maggiori opportunità di lavoro, restano intrappolati nel nostro paese a causa delle norme europee in materia. Va smantellata la “Fortezza Europa”, il cui risultato è mantenere una massa di immigrati in condizioni di irregolarità e clandestinità, ricattabili e sfruttabili ai limiti della schiavitù, dalle campagne del Sud ai cantieri del Nord.

Pensare che esistano strategie militari, barriere invalicabili, confini armati per arrestarne il flusso è come pensare di poter usare l’aviazione e le bombe d’acqua contro gli uragani! Dobbiamo invece contrastare la politica dei paesi imperialisti come l'Italia che, per depredare ed il controllare le risorse, fomentano e partecipano in molti paesi alle azioni militari, opprimendo il proletariato e le masse povere locali aumentando le stesse spese militari. Assieme agli immigrati dobbiamo rivendicare:

  • Libertà di circolazione e di insediamento in Italia e in Europa; no ai respingimenti.
  • Taglio delle spese militari, conversione dell’industria bellica, progetti di integrazione degli immigrati devono diventare parte della nostra azione rivendicativa.
  • Uguaglianza dei lavoratori immigrati con quelli nativi.
  • Riconoscimento dei titoli di studio ottenuti nel proprio Paese
  • Regolarizzazione dei cittadini immigrati presenti in Italia
  • Eliminare il vincolo “permesso di soggiorno / rapporto di lavoro”
  • Estensione delle convenzioni a tutti i paesi e revisione delle norme per l’utilizzo dei contributi previdenziali versati nel caso di non raggiungimento dei requisiti pensionistici
  • Abolizione legge Bossi Fini
  • Riconoscere la cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori migranti.
  • Smantellamento dei sistemi di “accoglienza” che servono solo ad arricchire le mafie e le congreghe politicamente immanicate. Le risorse devono andare direttamente ai richiedenti asilo e alla loro formazione, sotto controllo pubblico e delle comunità locali, senza intermediari affaristici.

Vanno create le condizioni per evitare che l’integrazione la paghino i poveri. Le aree interne del paese si spopolano e un progetto di integrazione dei migranti sarebbe utile anche a garantire la loro sopravvivenza, servizi e condizioni di vita per chi ancora è lì residente.

La questione abitativa nelle periferie delle grandi città va riproposta anche sotto questo aspetto, per evitare che l’accoglienza sia a carico dei poveri. L’offerta di case popolari pubbliche va aumentata anche per evitare conflitti ed intolleranze tra chi aspetta da anni un'abitazione popolare ed immigrati.

Va promossa l’organizzazione unitaria dei lavoratori autoctoni e immigrati per la difesa degli interessi comuni. In molte realtà, le aziende sono libere di sfruttare gli immigrati, cui erogano salari più bassi In questo modo gli immigrati vengono usati per dividere la classe abbassare anche le condizioni dei lavoratori nati in Italia. La lotta per un salario uguale per tutti a parità di mansioni abbatte le diversità ed elimina la guerra tra i poveri.

L’unità nella lotta tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani, per rivendicare migliori condizioni di vita, dimostra quanto sia falsa la convinzione che gli immigrati abbassino i salari, e quanto, viceversa, sia vero il contrario. Questa è anche la strada concreta per combattere il razzismo nella nostra classe.

Questi obiettivi,sinteticamente esposti, ancora oggi rappresentano punti irrinunciabili per la costruzione di una prospettiva credibile, per porre un argine al vertiginoso peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe sfruttata e per avviare un ciclo di lotte volto a contrastare le disuguaglianze e rilanciare i conflitti in un percorso di costruzione di lotta di classe.

GIUGNO 2018

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