In questa visione il salario ci sarà solo se aumenterà la produttività, mancando gli investimenti, vuol dire che aumenterà solo lo sfruttamento. Governi e padroni, di concerto con cgil-cisl-uil da anni sostengono che i bassi salari dipendono dalla scarsa produttività del lavoro; per aumentare i primi occorrerebbe aumentare la seconda e un modo per farlo sarebbe passare dalla contrattazione nazionale a quella locale, aumentando solo i salari dei lavoratori che aumentano la loro produttività.


Su queste hanno sviluppato la contrattazione.
Il risultato è stato di escludere i salari dei lavoratori dalla partecipazione agli aumenti della produttività, mentre la quota dei profitti sul Pil è aumentata di oltre 10 punti e il reddito delle famiglie di lavoratori autonomi o imprenditori è aumentato di oltre il 13%.
Cgil-cisl-uil e confindustria hanno firmato nottetempo l'accordo sul nuovo modello di contratto con l'obiettivo di riportare nelle loro mani il ruolo di principale agente contrattuale, in una situazione in cui perdono rappresentatività mentre aumentano i contratti nazionali peggiorativi (868).
Per raggiungere questo obiettivo debbono tornare a rendere esigibili i contratti da loro firmati, per cui occorre una legge di sostegno sulla misurazione della rappresentatività sia delle organizzazioni sindacali che quelle datoriali, che renda i contratti validi erga omnes. Per questo motivo nell'accordo viene lanciato un appello alla politica perché intervenga prontamente in questo senso, recependo in una legge le intese firmate.
Il nuovo modello contrattuale conferma i due livelli, il contratto nazionale di categoria e quello decentrato (aziendale o territoriale) spostando il peso principale verso quello aziendale.
Si lasciano infatti libere le categorie di scegliere l’albero cui impiccarsi: possono decidere le voci retributive nei due livelli, basta che si muovano all’interno di due parametri nuovi, entrambi individuati nel contratto nazionale:
Il Tem, «Trattamento economico minimo» e il Tec, «Trattamento economico complessivo», comprese le «eventuali forme di welfare».
I minimi, come definiti dalle categorie, si adegueranno all’indice di inflazione Ipca al netto dei prezzi importati dei carburanti dando per condivisa l’attuale distribuzione della ricchezza prodotta tra salari e profitti; ciascun contratto sceglierà il meccanismo, cioè aumenti in base alle previsioni (come fanno per esempio i chimici, salvo conguaglio) o a consuntivo (i metalmeccanici).
In questa visione il salario ci sarà solo se aumenta la produttività che, mancando gli investimenti, vuol dire che aumenta lo sfruttamento. Ma non è detto che ciò si tramuti in salario diretto, essendo chiara la tendenza di indirizzarlo verso welfare az e nazionale per demolire sanità e previdenza pubblica.
Apripista di tale tendenza è il CCNL meccanici che ha erogato 1,7€ di aumento e poi sanità aziendale.

Milano 1 marzo 2018

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