Contributi di Mattia Scolari, segreteria FlaicaUniti-CUB di Milano. Negli ultimi decenni il sistema produttivo italiano è profondamente mutato: l’internazionalizzazione dei mercati, la massiccia introduzione di tecnologia e l’aumento di competitività tra le imprese hanno radicalmente modificato la fisionomia delle aziende.

Il modello fordista, non più ritenuto in grado di rispondere alle sfide della modernità, è venuto meno, almeno nei paesi a capitalismo avanzato.
Si è invece affermata un’organizzazione del lavoro basata su un nuovo tipo di sfruttamento, quello della flessibilità e cioè l’obbligo per il lavoratore di dover adattare la propria esistenza alle esigenze sempre mutevoli dell’organizzazione produttiva.
Flessibilità significa quindi, da una parte la possibilità per un’impresa di far variare il numero dei suoi salariati in relazione stretta con il proprio ciclo produttivo, cioè libertà di licenziare e precarietà contrattuale: continue ristrutturazioni e licenziamenti facili, collaborazioni parasubordinate, lavoro somministrato, contratti a termine, false partite iva, turni spezzati ecc….
Dall’altra, sotto un profilo più squisitamente qualitativo: aperture 7 giorni su 7 se non 24 ore su 24, salari legati alla produttività individuale o di gruppo, orari part-time e clausole elastiche, mobilità interna, telelavoro, straordinari obbligatori ecc…

L’organizzazione flessibile del lavoro è diventata, quindi, il logico corollario del nuovo capitalismo occidentale (e italiano), in cui: le lavorazioni manifatturiere a più bassa intensità tecnologica sono state quasi interamente delocalizzate; si è assistito ad una terziarizzazione dell’industria, con la scomposizione e l’esternalizzazione di molte fasi, che ha anche accentuato l’affermarsi di unità produttive medio-piccole; la distribuzione e vendita dei prodotti ha assunto particolare centralità, tanto che l’Italia è diventato il primo paese al mondo per numero di negozi per abitante.
Le condizioni fin’ora delineate hanno favorito una sempre più marcata divisione e polverizzazione dei salariati, tali da incidere negativamente sulle capacità di organizzarsi e di lottare sindacalmente e che, con l’avvento della crisi economica mondiale nel 2007, hanno facilitato l’offensiva padronale in termini di ristrutturazioni, esternalizzazioni e delocalizzazioni.

Non solo: agitando lo spauracchio della crisi, le aziende sono riuscite ad ottenere lo stabilizzarsi della contrattazione collettiva in pejus (di cui la FIAT è solo il caso più mediaticamente eclatante) e l’introduzione di sempre maggiore flessibilità a fronte di aumenti salariali stracciati, grazie all’avallo di CGIL–CISL–UIL, che avendo ormai definitivamente acquisito nel proprio dna la pratica della concertazione hanno perso praticità con l’organizzazione della protesta e sconfessato la lotta di classe.

Le attuali difficoltà ad organizzarsi e a lottare sindacalmente del proletariato in Italia, sono però influenzate anche da una ulteriore condizione, che di solito gli interpreti del variegato mondo delle relazioni industriali tendono a tacere per ignoranza o, soprattutto, per interessata disonestà.
Esiste infatti nel nostro paese un sistema di discriminazione sindacale avallato sia dagli accordi collettivi che dalla legislazione sulla rappresentanza sindacale.
Da una parte vi sono l’Accordo Interconfederale del ’93, istitutivo delle RSU con la regola antidemocratica del 33% garantito a CGIL–CISL–UIL e il controllo sulle trattative di secondo livello esercitato dai funzionari territoriali della triplice, e il Testo Unico del 10 gennaio 2014 che sanziona chi osa dissentire.
Dall’altra, l’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori che pur nella lettura data dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 231/2013, senza il correttivo dell’“obbligo a trattare con il sindacato almeno significativamente rappresentativo”, consegna al datore di lavoro il potere di scegliere i sindacati con cui trattare e a cui riconoscere, di conseguenza, i diritti di cui al Titolo III che promuovono l’ingresso del sindacato nei luoghi di lavoro.
Accordi e legge attraverso i quali si è potuto attestare un sistema contrattuale di comodo in cui sono i padroni stessi a scegliersi le controparti sindacali e, avendole individuate in CGIL–CISL–UIL (e in alcuni casi anche nell’UGL), ne garantiscono la sopravvivenza e il primato in termini di rappresentatività. Che senso ha iscriversi ad un sindacato di base, si sente spesso ripetere dai lavoratori, se sono i confederali “gli unici a potersi sedere al tavolo delle trattative”?
La lotta intrapresa dai lavoratori dell’Autogrill di Linate, organizzati nella FlaicaUniti–CUB, è esemplificativa di tutto ciò che è stato precedentemente argomentato.
A fine 2015, CGIL–CISL–UIL e UGL sottoscrivono con Autogrill il rinnovo del Contratto Integrativo Aziendale. E’ un accordo che va sensibilmente a peggiorare quello precedente, in una azienda che applicava già elevatissimi regimi di flessibilità (continue modifiche dei turni e clausole elastiche con maggiorazioni salariali ridicole - dall’1 al 5% - rispetto al disagio che subisce il lavoratore); stipendi che si attestano intorno a 1300 € netti, non per i semplici operai ma per i responsabili del servizio, e bloccati al 2013 (ultimo rinnovo del CCNL Pubblici Esercizi); massima mobilità interna e indeterminazione delle mansioni (all’occasione bisogna fare tutto, dalla cassa, a cucinare, a pulire).
Ma all’azienda tutto ciò non basta: nel 2015 chiede e ottiene un ulteriore aumento della flessibilità (riducendo i riposi domenicali, subordinando il godimento delle ferie ai flussi di clientela e potendo disporre aumenti obbligatori degli orari parziali) e riduzione del costo del lavoro falcidiando i salari (congelando alcune voci per i vecchi assunti ed eliminandole per i nuovi) e colpendo la malattia retribuita.
La giustificazione di tutto ciò? Lo si legge nell’incipit dell’accordo: la crisi ha colpito Autogrill e quindi bisogna riversare i sacrifici sulle spalle di chi lavora.
Autogrill è però una multinazionale presente su scala globale, che in realtà continua a macinare ricavi, quasi 4 miliardi tra il 2014 e il 2015 e oltre i 4,5 nel 2016, con utili netti che superano i 60 milioni nel 2015 e di quasi 100 milioni nel 2016. Una piccola differenza di -5,4% nella situazione italiana, tra i ricavi del 2014 e il 2015, avrebbe giustificato agli occhi di CGIL–CISL–UIL e UGL le necessarie sforbiciate.
La situazione era quindi paradossale, i lavoratori se ne rendono conto e cresce il malcontento. CGIL–CISL–UIL non rinnovano la RSU e nominano burocraticamente le proprie RSA.
Nel frattempo la Flaica diventa il primo sindacato, superando il 30% di adesione tra gli 80 dipendenti a tempo indeterminato (molti sono invece i contratti a termine e gli studenti dell’Alternanza Scuola Lavoro che non aderiscono ad alcun sindacato), due ex RSU CGIL e UIL passano con il sindacato di base e le disdette alla triplice si accumulano.
La Flaica organizza l’elezione dei propri delegati sindacali e prepara una piattaforma rivendicativa con cui aprire una trattativa con l’azienda e provare a contrastare gli effetti nefasti del C.I.A. All’elezione e alla piattaforma partecipano e aderiscono più del 50% dei dipendenti dell’unità produttiva, ma Autogrill si rifiuta di riconoscere i due delegati risultati eletti e di trattare alcunché.
Sarà il Giudice del Lavoro di Milano a ristabilire parziale giustizia, con sentenza del 30.01.2017 rintracciabile sul sito www.cub.it, riconoscendo la necessità del correttivo dell’“obbligo a trattare con il sindacato almeno significativamente rappresentativo” rispetto alla sentenza n. 231/2013 della Corte Costituzionale e sancendo quindi una novità per il nostro diritto del lavoro: dichiarerà infatti antisindacale “l’immotivato e ingiustificato silenzio” con cui Autogrill, “in spregio della volontà della maggioranza dei lavoratori” ha rifiutato di aprire una trattativa con la FlaicaUniti–CUB, obbligando l’azienda ad incontrare il sindacato.
L’azienda, a quel punto, organizza una trattativa farsa, durata pochi minuti, in cui non si arriva ad alcun accordo, così da non dover riconoscere la RSA al sindacato e, poco tempo dopo, sospende cautelativamente per più di un mese uno dei due delegati sindacali e, infine, lo licenzia con argomentazioni pretestuose.
I lavoratori iniziano a scioperare chiedendo all’azienda di far cadere le accuse contro Michele, il delegato sindacale, e di cessare la discriminazione nei confronti della Flaica, ma l’azienda da quell’orecchio non sembra sentirci.
La situazione all’Autogrill di Linate è ancora lontana dal risolversi: si attende il processo e lo stato d’agitazione continua, pur con tutte le difficoltà legate alla presenza di una manodopera altamente divisa e ricattabile grazie alla flessibilità (si minacciano cambi turno improvvisi, licenziamenti facili, l’imposizione di chiusure notturne, mobilità interna e si negano permessi e riposi).
La conclusione è che esercitare il conflitto, che è la principale ragione d’essere di una organizzazione sindacale, nella società neoindustriale dominata dai servizi, dove quindi sono venute meno le condizioni oggettivamente favorevoli che poneva il fordismo e i lavoratori si ritrovano frammentati e divisi dalla terziarizzazione e dalla flessibilità, non è cosa semplice.
E, per fare un passo in questa direzione, cercando così di contrastare gli effetti antioperai della concertazione (moderazione salariale) e del nuovo collaborazionismo sindacale (accordi in pejus), non potrà più eludersi il problema di questo sistema contrattuale di comodo costruito da padronato e CGIL–CISL–UIL per mezzo della discriminazione sindacale.
Tornare quindi a far sentire i lavoratori liberi di scegliere un sindacato che fa il sindacato diventa oggi imperativo, al pari di costruire una organizzazione di classe cioè che risponda soltanto agli interessi dei lavoratori praticando la più totale autonomia da governi, padronato e partiti.

Milano settembre 2017

Mattia Scolari, segreteria
FlaicaUniti – CUB di Milano.

Share this post
FaceBook