Ci sono due cose che gli operai Fiat hanno imparato a conoscere negli anni  l’inattendibilità dei proclami aziendali e la diffidenza verso gli annunci legati alla piena occupazione in Italia.

Tutte le fasi di ristrutturazioni aziendali e di trasformazione epocali  nelle strategie produttive, soprattutto quelle degli ultimi ventitré anni, sono state precedute da proclami trionfalistici per rendere più digeribili i drastici tagli del personale, la chiusura degli stabilimenti e il peggioramento delle condizioni materiali sui luoghi di  lavoro.

Tutto ebbe inizio nel 1999 quando, per chiudere lo stabilimento ex Alfa di Arese, furono firmati formali accordi, con “tanto di carta bollata”, per la creazione del ‘polo della mobilità sostenibile’ tra Fiat, sindacati confederali,

Regione Lombardia e Provincia, nonché da Governo e Presidenza del Consiglio, Ministri competenti ecc. Ebbene, i media dell’epoca furono, proprio come oggi, la cassa di risonanza di “grandi opportunità”, di “futuro strategico avveniristico” e di “nuove prospettive occupazionali”. Poi gli impianti dell’ex Alfa Romeo di Arese furono dismessi e l’area industriale destinata a speculazione edilizia e finte reindustrializzazioni.

Fino ad arrivare al recente “Progetto Fabbrica Italia” del 2011, che prevedeva il mantenimento di tutti i volumi produttivi e dei livelli occupazionali in Italia, anzi migliaia di nuove assunzioni, in cambio di un contratto nazionale di categoria “lacrime e sangue”.
Le “lacrime e sangue” sono state versate, nel vero senso delle parole, ma il progetto è fallito. Dopo dieci anni il “Progetto Fabbrica Italia” è stato derubricato a mero progetto di intenti e l’unica cosa che Marchionne, definito il salvatore della Fiat, riuscì a tutelare, furono gli azionisti. Il resto è solo desertificazione industriale.
Dal 1999 al 2018 i posti di lavoro in Fiat/Fca sono calati del 41% e le ore lavorate 
del 35%: un buco nero dentro il quale sono finite decine di migliaia di posti di lavoro, compresi, nel rapporto uno a due, gli operai dell’indotto e delle aziende terziarizzate ed esternalizzate.
Nella sola era Marchionnesono stati bruciati 21 mila posti di lavoro, ovvero, compreso l’indotto, non meno di 60 mila posti di lavoro. Di contro, negli ultimi dieci anni il patrimonio aziendale è passato da 3,1 miliardi di euro a 20.9 miliardi (fonte “Il Sole 24 Ore).

E il fatto che l’intera classe politica degli ultimi dieci anni celebri ed esalti un amministratore delegato che ha “bruciato” 60 mila posti di lavoro in Italia, dà il senso della considerazione che si ha degli operai rispetto alle azioni societarie, ai profitti e all’aumento del patrimonio aziendale.
Eppure sono stati gli operai e il loro lavoro a 
consentire le cifre record del fatturato Fca. 
L’accordo con Peugeot, anticipato da accordi finanziari e scambi azionaristici, potrebbe rappresentare la pietra tombale di quel che resta dell’industria automobilistica italiana.
La sede legale in Olanda e la sede fiscale in Inghilterra, dimostrano già da tempo 
il disinteresse di FCA per le produzioni in Italia, nonostante gli innumerevoli finanziamenti pubblici ricevuti nel tempo.
I sindacati confederali padronali, che oggi fingono di sbattere i pugni sul tavolo e pretendere certezze occupazionali per i  avoratori italiani, sono gli stessi che negli ultimi dieci anni hanno sottoscritto accordi contro i lavoratori e non hanno mai sbattuto alcun pugno sul tavolo per il mancato rispetto di tutti i piani industriali annunciati, lasciando che la Fca agisse indisturbata nei suoi propositi di demolire l’intero impianto dei diritti colletti, individuali e sindacali dei lavoratori, e di raggiungere il massimo dello sfruttamento degli operai.
Mentre scriviamo (31 ottobre) lo stabilimento Fca di Cassino è in fermo produttivo per la Cassa Integrazione, e il sito produttivo, che nel 1999 occupava 9.000 dipendenti, oggi occupa circa 3.000 lavoratori. Proprio in questi giorni sono in corso ulteriori operazione per esternalizzare gli stabilimenti ex Itca e alcuni servizi interni, come quello della security. Inoltre le società dell’indotto stanno a loro volta ristrutturando le lavorazioni e gli organici adeguandoli al calo produttivo della Fca, e questo vuol dire ulteriori tagli di posti di lavoro. Insomma, mentre i fatturati, i profitti e gli utili azionari della Fca aumentano esponenzialmente, gli operai continuano a pagare in termini di contrazione dei salari, aumento dello sfruttamento e licenziamenti.
Da oggi è necessario mantenere alto lo stato di agitazione sindacale e coinvolgere l’intero territorio del cassinate, almeno fin quando non sarà definita la questione occupazionale che ruota attorno alla Fca di Cassino (dipendenti e indotto).
Rimanere ad
assistere inerti allo stillicidio dei posti di lavoro, confidare sulla concertazione sindacale o sperare sulla “bontà” del datore di lavoro, è il peggior modo per affrontare le questioni legate al lavoro e all’occupazione.
In merito alla fusione Fca- Peugeot, la Flmu-Cub esprime forte preoccupazione per il futuro occupazionale dello stabilimento Fca di Cassino: in primo luogo perché l’operazione di fusione sarà prevalentemente finanziaria, o perlomeno così appare, e secondo perché questo accordo non farà altro che accelerare le velleità mai nascoste da parte della Fca di puntare esclusivamente sul mercato e sulle produzioni estere

Piedimonte S.G. 31/10/2019

FLMUnici-CUB 
FCA Sede Provinciale

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