Improbabile che lo sia anche per i lavoratori degli stabilimenti italiani di FCA, per quelli dell’indotto automotive e per il paese.

Nei giorni scorsi FCA ha proposto a Renault una fusione delle rispettive società; come al solito la proposta è sufficientemente chiara sugli aspetti finanziari, indefinita sui contenuti industriali ed occupazionali.

I padroni FCA, invece di investire, porteranno a casa 2,5 miliardi di euro abbassando il valore di Fca al valore di Renault e puntano a garantire un ruolo al presidente Fca.
Ciò rappresenta un disinvestimento, una vendita o come la si vuol chiamare non certo una scelta per crescere. Sulle strategie industriali invece c’è nebbia assoluta e ancor più sulle ricadute occupazionali; parlano di sinergie e ciò vuol dire che risparmieranno a danno di qualcuno.
Questa proposta è un ulteriore passaggio del progetto di disimpegno Fiat che ha trasferito il baricentro in America e le sedi fiscali ed amministrative ad Amsterdam e Londra con la relativa perdita di peso in Italia. La produzione auto FCA in Italia è ormai marginale.
Si pone subito un problema: lo stato Francese è attualmente azionista con il 15% di Renault, con una eventuale fusione andrebbe al 7,5%; avrà comunque un peso determinante nelle scelte strategiche del nuovo gruppo, ovvero per difendere stabilimenti e occupazione. Invece per l’Italia non c’è nessun contraltare politico. In questa ottica per equilibrare le cose sarebbe necessario un intervento nel capitale dello Stato Italiano per dare credibilità alle promesse del mantenimento di stabilimenti e occupazione che non si intravvedono.
Malgrado le tante promesse, il grande impegno profuso nel ridurre l’occupazione e aumentare lo sfruttamento, Fca oggi resta in ritardo nella lunga transizione tecnologica che si aperta nel settore auto motive; Torino è rimasta indietro nelle competenze necessarie all’auto elettrica e un'alleanza con Renault è utile per accelerare sull’elettrico. Le due vetture elettriche più vendute in Europa sono una della Renault e l’altra della Nissan.
Allorché i nuovi vertici FCA, cinque mesi fa, annunciarono l’ennesimo piano per l’Italia, Cub non diede credito alle promesse della piena occupazione entro il 2021 ed alla elettrificazione della gamma, utile sul piano della propaganda ma non sul piano pratico perché erano scarsi gli investimenti e non recuperabili in tempi brevi i ritardi.
I fatti di oggi confermano questi giudizi negativi: Fca risolverà i suoi problemi in un recinto più ampio utilizzando progetti di altri ma inevitabilmente sui lavoratori ricadranno gli effetti di una nuova riorganizzazione necessaria per evitare sovrapposizioni di modelli e di gamme.
Incombono inoltre anche altri possibili eventi che la fusione non esclude, quali: la cessione da parte di Fca degli assetti europei per concentrarsi sullo sviluppo del mercato americano, o la cessione della gamma bassa conservando la gamma lusso nell’ambito Fca per sfruttare le potenzialità ancora esistente dei suoi marchi.
Renault infatti non dà nessuna garanzia sullo sviluppo dei marchi Alfa e Maserati in quanto su questi settori è debole; se si vuole rilanciare questi marchi, in particolare Alfa, che riteniamo indispensabile, occorrerà investire direttamente o fare altri accordi. Ipotesi che comunque vedrebbero stabilimenti e occupazione in Italia a rischio.
E’ bene costruire, a partire dai lavoratori, giusti rapporti di forze per arrivare ad un confronto stringente e serio sulle reali prospettive occupazionali in Italia. Cosa non facile perché i reggicoda di Fca saranno tanti come è sempre stato.
Prima di arrivare ad una fusione, Fca e governo debbono garantire la salvaguardia dell’occupazione e un accordo industriale per il settore delle vetture ibride ed elettriche che utilizzi gli stabilimenti esistenti che non possono essere abbandonati, né sacrificati per evitare le sovrapposizioni.
Il settore auto per l’importanza che ha sul piano della ricerca, della produzione e dell’occupazione non può essere cancellato in Italia, né limitato al solo indotto.

Milano maggio 2019
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