Milano è la città che con l’Expo, a partire dal lavoro gratuito, ha sperimentato le forme più vessatorie e “flessibili” di rapporti di lavoro che oggi sono la norma nei viali dello shopping, nelle aziende di servizi, nei centri commerciali e nei magazzini di periferia.

Si lavora 365 giorni all’anno, anche 24 ore su 24, con rapporti subordinati mascherati da false collaborazioni autonome, prestati dalle agenzie di somministrazione, con prestazioni intermittenti e a chiamata, con contratti a termine prorogati all’infinito, e questo nella speranza di raggiungere prima o poi quel “tempo indeterminato” che oggi è tutto meno che stabile grazie alle controriforme della Fornero e del Jobs Act.
Un sistema di precarietà generalizzata che, se da un lato discrimina principalmente i migranti, usati come manodopera da sfruttare a basso costo, dall’altro, con la scusa di fare “esperienza”, impone ai giovani le peggiori condizioni di flessibilità con stages e alternanza scuola-lavoro, mentre le donne sono costrette a subire part-time imposti, mobbing e licenziamenti sempre più in maniera ritorsiva.

Milano è una città che soffoca: nel 2018 è stato superato per ben 80 volte il limite giornaliero di PM10. Nel 2019 è probabilmente andata anche peggio. E non servirà a nulla vietare di fumare per strada o disporre il blocco del traffico per qualche week-end. Bisogna mettere in discussione la “Milano città vetrina” che si fonda sul consumismo più totale: produci, consuma, crepa.

Milano è anche la città dei 10.000 alloggi popolari sfitti, dove si arrestano gli attivisti per il diritto alla casa e per gli spazi sociali. La metropoli della finta “rigenerazione urbana” come nel caso degli scali ferroviari e quella degli sgomberi militarizzati di interi quartieri popolari per favorire gli interessi dei grandi gruppi immobiliari. Una città pesantemente infiltrata dalla malavita organizzata, presente nelle costruzioni, negli appalti, nelle false cooperative, e che gestisce voti e clientele. Una città in cui, mentre ci si copre gli occhi di fronte a queste malefatte, si pratica il “razzismo di stato” che costruisce lager come quello di via Corelli dove imprigionare migranti rei di non avere i documenti in regola nell’attesa della loro espulsione.

Milano è la punta di diamante di unaguerra interna che la borghesia sta muovendo ai lavoratori e agli strati popolari. Una guerra in cui si negano i fondamentali diritti vitali, in cui si è cittadini in misura proporzionale alle capacità di consumo. Non è un caso che Regione Lombardia stia valutando di accorpare gli ospedali pubblici San Carlo e San Paolo in un’unica struttura con la perdita di circa 500 posti letto. Al loro posto sorgeranno nuovi progetti di speculazione edilizia mentre, allo stesso tempo, spuntano come funghi le cliniche private.

Una guerra condotta negando il diritto di rappresentanza democratica nei luoghi di lavoro, il diritto ad un salario degno, a un lavoro stabile, a un reddito per i disoccupati; una guerra che ha subìto un acceleramento autoritario con i “Decreti Sicurezza” del governo 5 Stelle – Lega, che marginalizzano gli ultimi e criminalizzano i migranti (cancellando gli Sprar, negando permessi di soggiorno e umanitari, rafforzando il ruolo dei CPR, creando manodopera in nero da poter sfruttare) e che è anche un preciso attacco contro chi lotta (sanzionando e arrestando attivisti sociali e sindacalisti).

Questo processo di attacco ai ceti popolari non può essere separato dalla “guerra esterna”, cioè le politiche militariste e imperialiste che connotano la situazione internazionale. I mass-media e i think tank neoliberisti ci avevano promesso un’era di crescita economica e di pace. Questa previsione è oggi smentita dai conflitti armati che
scoppiano ovunque ed è falsificata dall’inizio di un confronto sempre più accesso tra i principali blocchi imperialisti per la spartizione del mercato mondiale e delle rispettive sfere di influenza.

Dentro una nuova divisione internazionale del lavoro, vediamo il declino di una vecchia potenza e l’emersione di una nuova. All’interno di questo scontro, potenze più o meno regionali cercano di aprirsi uno spazio di azione collaborando, anche temporaneamente, con uno dei due contendenti in lotta.
In questo contesto una esperienza come quella del Rojava che reclama una democrazia fondata sulla giustizia sociale, l’ecologia e il femminismo era una pericolosa “alternativa possibile” da mettere sotto silenzio.
Con l’intensificazione degli scenari di guerra, aumentano in misura esponenziale le emigrazioni a cui sono forzate intere popolazioni del sud del mondo, già pesantemente vessate da un modello di sviluppo economico estrattivista e produttivista che, prosciugando le risorse naturali e producendo scarti impossibili da smaltire, incentiva anche le catastrofi naturali. Emigranti che oggi, in Italia, di fronte all’impossibilità di regolarizzare la propria vita a causa dei Decreti Salvini, sono costretti a lavorare in nero sotto caporali e multinazionali.

Dentro questo caos, i lavoratori, i pensionati, gli inquilini, gli studenti, che da decenni subiscono un attacco senza precedenti alle loro condizioni di vita, stanno però tornando a muoversi in massa per reclamare diritti e libertà, accomunati dal desiderio di scrollarsi di dosso regimi corrotti e dispotici o presidenti espressioni dei desideri delle classi dominanti.
In questo contesto di Guerra Interna e Guerra Esterna è fondamentale che tutti i lavoratori (più o meno precari), i disoccupati, i pensionati, gli inquilini e gli studenti si uniscano per rivendicare condizioni materiali di reddito e di vita dignitose, oltre che il rifiuto di qualsiasi intervento militare.

Proprio nella Milano dello sfruttamento è fondamentale, per il 1° Maggio, riportare in piazza gli attivisti sociali e politici che si oppongono al neoliberismo e le associazioni che difendono gli ultimi, per rivendicare che un'altra realtà è possibile. Come cittadini di Milano, non possiamo rassegnarci alla precarietà della vita, ai soprusi e alle ingiustizie, alla caccia alle streghe nei confronti dei più deboli, a una guerra che vuole mettere poveri contro altri poveri.

Questo 1° Maggio torniamo in piazza, in quella che è stata la città simbolo delle grandi lotte operaie e studentesche degli anni '60 – '70, con le parole d'ordine degli sfruttati per rivendicare: lavoro stabile e tutelato per tutte/i, uno sviluppo eco-sostenibile, il diritto al reddito e alla riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, diritto alla salute istruzione e mobilità, no alle discriminazioni di genere e di razza, l'abolizione dei Decreti Sicurezza, la pace tra i popoli.

La CUB invita tutti gli interessati ad un incontro il 13 Febbraio alle ore 20.30 presso la sede di Viale Lombardia, 20 alle ore 20.30 per discutere di come costruire la mobilitazione del 1° Maggio.

 

Foto archivio CUB 1 Maggio 2016 

 

 

FaceBook