Da sempre l’uomo si confronta con l’ambiente, una condizione che, lo si voglia o no, impatta con la sua salute. Questo è quanto scrivevo in un articolo precedente parlando dell’inquinamento ambientale, in particolare quello creato dalle attività industriali (spesso sconsiderate) dell’uomo che non “pensa”.

 


La tematica sta diventando di estrema attualità per il caso d’inquinamento indoor “nuovo di zecca” che si è creato a Fiumicino con il rogo di una parte del Terminal 3. Anche una persona non particolarmente addentro all’argomento non può non rendersi conto che respirare i fumi di un incendio non fa bene alla salute. In quell’evenienza particolare andò a fuoco un miscuglio quanto mai vario di materiali, e i pompieri chiamati a spegnere l’incendio presero le dovute precauzioni per non inalare quei fumi.

 

Un mix di composizione a tutt’oggi in gran parte sconosciuta la cui biocompatibilità è ignota a tutti e il cui impatto sulla salute è speculativo, non essendoci precedenti analoghi studiati, almeno in Italia. L’unica cosa che si può affermare senza tema di essere smentiti è che quella roba è altamente tossica.
Il rogo, un fenomeno che ha interessato un’area di circa 700m2, è avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 maggio. Terminal 3 subito chiuso per ovvie ragioni e riaperto in un lampo giusto il giorno dopo per i passeggeri, per il personale di terra e per gli esercizi commerciali.

I responsabili dell’aeroporto, prima di decidere sulla riapertura, hanno commissionato rilievi dell’inquinamento ambientale residuo (HSI Consulting), e forse si sono consultati con i pompieri (che di incendi se ne intendono) per essere rassicurati riguardo all’assoluta mancanza di pericolo per i lavoratori che stazionano 8 ore nell’area e per i passeggeri.
 Non dubito che i medici in forza all’aeroporto abbiano dato parere favorevole: si può riaprire. Pur forti di queste rassicurazioni, non hanno invece riaperto i battenti i posti di Polizia di Stato e i presidi medici. Il loro lavoro relativo alla sicurezza ai varchi viene svolto dal personale in forza all’aeroporto.
Con il passare del tempo, probabilmente spinti dai ripetuti ricoveri al pronto soccorso dell’aeroporto (l’ultimo dato che è di 216 casi) e dalle notizie di centinaia di ricoveri in ospedali della zona di lavoratori e di viaggiatori per sintomi come nausea, vomito, svenimenti, rialzo febbrile, attacchi d’asma, forte senso di bruciore alla gola, alla lingua e all’esofago a volte con perdita della voce, congiuntiviti, vistose reazioni cutanee e quant’altro, solo il giorno 12 maggio si è richiesto intervento di ARPA e ASL per monitorare l’aria. Si sono poi aggiunti l’Istituto superiore di sanità (ISS), il CNR, IGEAM e Tecnologie d’Impresa.

Dopo più di un mese dall’incendio (10 giugno 2015) l’ENAC informa di aver deciso che “la capacità aeroportuale dello scalo di Roma Fiumicino sia gradualmente ridotta, nell’arco di alcuni giorni, dall’attuale 80% al 60% rispetto alla normale capacità operativa del periodo”. La riduzione entra in vigore a partire dalle ore 00:01 di sabato 13 giugno. Si prevede pure che i lavoratori indossino mascherine di protezione per naso e bocca.
A questo punto si è assistito a qualcosa di assolutamente stravagante.
I dipendenti dell’aeroporto (Alitalia?) lavorano indossando una maschera facciale protettiva, ma non sempre il personale delle pulizie (ditte appaltatrici esterne) ne è dotato come pure non ne sono dotati i lavoratori precari e soprattutto il personale dei negozi dell’area C i quali lavorano senza protezione non a turni ridotti ma sulle solite 8 ore. Lasciamo perdere i passeggeri.
Verrebbe da pensare che questi soggetti siano stati selezionati come possessori di una resistenza particolare agli inquinanti e, comunque, che qualcuno, per motivi scientifici che un giorno magari illustrerà, abbia stabilito che i provvedimenti di precauzione più ovvi e banali non abbiano motivo di essere applicati. È pur vero che un cliente che vuole un capo di abbigliamento firmato da uno stilista può non gradire di essere consigliato da una commessa con il viso nascosto da una mascherina. E se si vuole continuare a vendere, per di più con stile…
Sia come sia, il fatto è che questi lavoratori devono operare in presenza di polveri inorganiche (cancerogene) e inquinanti come, tra i molti altri, le diossine, e non devono fiatare. Anche la loro iscrizione ad un sindacato che alza la testa è considerata “disdicevole”. Il classico “o mangi questa minestra o salti dalla finestra” è sempre valido: un ricatto che abbiamo già sperimentato chissà quante volte in chissà quante altre circostanze. Insomma, se vuoi pagare il mutuo, sii disposto a darmi la tua salute.
La disparità di trattamento tra i lavoratori è evidente: c’è l’esercizio che ha chiuso provvisoriamente i battenti e c’è quello che continua imperterrito a restare operativo al cento per cento. C’è chi riduce gli orari di lavoro e c’è chi non lo fa. C’è chi impone almeno di indossare maschere e c’è chi preferisce un radioso volto scoperto. Eppure, almeno per un addetto ai lavori, i dati dell’ARPA e dell’ISS non lasciano adito a dubbi pur mostrando differenze vistosissime a seconda del punto di campionamento e lasciando da un canto i ritardi sugli interventi e la totale mancanza di indicazioni su quanto è avvenuto negli organismi di chi ha avuto problemi sanitari.
Nell’ultimo bollettino l’ISS è stato molto più esplicito di quanto non lo sia stato in quello precedente e conclude dicendo che: “ si ribadisce in ogni caso la necessità di mantenere in atto le misure di precauzione e protezione già adottate per minimizzare La esposizione dei lavoratori”.
In quello che resta dei locali la fuliggine cade addirittura dal soffitto e i composti organici (diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili…), rilevati con differenze enormi a seconda della localizzazione, superano qua e là di centinaia di volte i limiti legali, limiti che, devo aggiungere, non sono risultati da ricerche scientifiche ma semplicemente da negoziati tra chi inquina e chi legifera.

Io temo che “mantenere le misure di precauzione e protezione già adottate” sia molto lontano dall’essere sufficiente, ma esiste una specie di galateo tra i burocrati e questo va rispettato.
Tornando agli inquinanti, ci sono sostanze che, come rilevano le analisi, nel tempo aumentano di concentrazione, tanto che l’ISS sospetta che ci sia una sorgente ancora attiva, una teoria che, a mio parere, potrebbe avere altre spiegazioni che dovrebbero essere verificate senza indugi. Tra l’altro, nessuno ha ancora caratterizzato dovutamente queste polveri per dimensioni, morfologia e composizione chimica. Questo è importante per poter prevedere il potere di penetrazione delle polveri e le possibili loro interazioni con il sangue e con gli altri tessuti.
Comunque sia, è impossibile per tutti pronosticare il possibile impatto sulla salute di questi lavoratori dopo esposizioni croniche di quel genere. Sappiamo ora, con la triste esperienza che ci siamo fatti, che l’esposizione prolungata alla diossina di Seveso determinò a suo tempo una serie di malattie, ma le polveri inorganiche e i veleni organici che si sono sprigionati a Fiumicino, che pure contengono quantità rilevanti di quella diossina, sono sicuramente diversi dal punto di vista della loro capacità d’indurre malattia.

Questo, se non altro, per il mix quanto mai complesso di sostanze generatesi, e va tenuta in conto dovuto la sinergia che i vari tossici esercitano reciprocamente. In soldoni, i veleni si potenziano l’uno l’altro e, quando i veleni sono così tanti, è di fatto impossibile indovinare che cosa ne uscirà dal punto di vista della capacità d’indurre malattie.
Giusto limitandosi alle diossine, l’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che sono “altamente tossiche e che possono causare problemi al sistema riproduttivo e allo sviluppo embrionale, ma anche danni al sistema immunitario e interferire con ormoni e causare cancro”.
È un fatto che in aeroporto lavorano parecchie donne in età fertile. Speriamo che nessuna di queste sia gravida. Speriamo che nessuna di loro allatti, visto che diversi inquinanti, diossine in testa, passano nel latte e lì si concentrano. Qualcuno ha verificato tutte queste condizioni? Ma il problema fondamentale è: perché esporre i lavoratori (e i passeggeri) a questi rischi? In base a quale legge? Sicuramente a quella del profitto.

 

Da Blog Nanopatologie
http://www.lastampa.it/Blogs/nanopatologie

 


http://www.lastampa.it/2015/06/20/blogs/nanopatologie/inquinamento-la-legge-uguale-per-tutti-la-sua-applicazione-no-mwdLgkMCVyJntn3WT46NYO/pagina.html

Di Antonietta Gatti

20/06/2015

 

 


Share this post
FaceBook