I fondi pensione, sono stati il grande imbroglio della riforma Dini con la complicità di cgil, cisl e uil: con incentivi fiscali e normativi hanno cercato di spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa per assicurarsi una vecchiaia più tranquilla. Hanno tagliato la pensione pubblica e cercato di rimpiazzarla con i fondi pensione cosiddetti “negoziali”, finanziati con i contributi di lavoratori e imprese stabiliti nei contratti che si sono affiancati alle assicurazioni private, che ciascuno è libero di stipulare per suo conto, con piani individuali.

Fondi negoziali e fondi privati, messi insieme, fino ad oggi hanno raccolto 100 miliardi: una bella cifra, anche se decisamente inferiore alle aspettative.
Infatti quando la riforma fu varata e si introdusse il meccanismo del “silenzio assenso” per il conferimento del Tfr ai fondi pensione, si pensava che aderissero non meno del 40% dei potenziali interessati: invece adesso sono meno del 25%.
Dunque, l'obiettivo di una vasta diffusione dei fondi privati e negoziali, tanto vasta da garantire un futuro sostenibile alle generazioni più giovani, penalizzate dai tagli al sistema pensionistico non pare raggiunto anche per il contrasto da noi messo in atto.
La crisi dei mercati finanziari – dove i soldi dei fondi vengono investiti – e il bassissimo livello delle retribuzioni dei giovani lavoratori precari hanno frenato il decollo della previdenza integrativa.


Ma quel che c'è, anche se inferiore al previsto, non è comunque trascurabile: ai circa 500 Fondi di vario tipo oggi in attività arrivano ogni anno 12 miliardi, di cui 5 dai trattamenti di fine rapporto.
Ma poi che fine fanno?
I sostenitori dello scippo del TFr sostenevano che i contributi versati ai fondi sarebbero andati in buona parte a finanziare gli investimenti produttivi delle imprese italiane e i rendimenti realizzati avrebbero consentito una pensione integrativa, aprendo una nuova età dell’oro per risparmio, produttività, e risanamento del welfare state.
Questi soldi in realtà, inseguendo il massimo rendimento, vanno in massima parte a finanziare altre economie, visto che per il 70% sono investiti all’estero; il resto sono titoli di Stato (29,2%) e solo lo 0,8% è impiegato in azioni italiane, deludendo così quanti pensavano e profetizzavano che lo sviluppo della previdenza integrativa avrebbe fatto bene alla asfittica borsa italiana.


Espatriano lavoratori e soldi mentre qui si piange perché mancano le risorse per le imprese, piccole e grandi; non era meglio mantenere il Tfr in azienda?

 

Dicembre 2013


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