Conversione del contratto a tempo determinato: Riflessioni sui commi 5, 6 e 7 dell'art. 32 del Disegno di Legge n.1167-B e cura dell'Avv. Lorenzo Franceschinis 


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Le norme in oggetto recitano:
Comma 5°: “Nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604”.

Comma 6°: “In presenza di contratti ovvero accordi collettivi nazionali, territoriali o aziendali, stipulati con le  organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che prevedano l’assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine nell’ambito di specifiche graduatorie, il limite massimo dell’indennità fissata dal comma 5 è ridotto alla metà”.

Comma 7°: “Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione per tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge. Con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai soli fini della determinazione della indennità di cui ai commi 5 e 6, il giudice fissa alle parti un termine per l’eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell’articolo 421 del codice di procedura civile”.

Con queste norme il Legislatore ha inteso intervenire sull'ampio contenzioso generato dall'abuso di contratti a tempo determinato, molto spesso privi di effettive ragioni  temporanee.
La volontà che ha ispirato il legislatore sembrerebbe quella di predeterminare l'ammontare dei risarcimenti ai fini di evitare che l'accertamento della nullità del termine a distanza di anni dalla sua scadenza comporti per le aziende il rischio di pagare somme molto ingenti.

Tra gli addetti ai lavori si è diffuso il dubbio se con la norma di cui al comma 5° debba intendersi che il risarcimento tra 2,5 e 12 mensilità esaurisca tutte le conseguenze dell'accertamento giudiziale della nullità del termine.

E' bene chiarire da subito che tale interpretazione va esclusa perchè palesemente contraria alla lettera della norma, che si riferisce espressamente ai casi di “conversione del contratto a tempo determinato”.

Il termine “conversione” ha il suo riferimento tecnico-giuridico nell'art.1424 cod.civ. (conversione del contratto nullo), il quale stabilisce che il contratto nullo può produrre gli effetti di un contratto diverso del quale contenga i requisiti di forma e di sostanza.

Con questa precisazione è ovvio che l'espressione “nei casi di conversione del contratto a tempo determinato” equivale a dire “nei casi in cui accerti la nullità del termine e converta il rapporto a tempo indeterminato, il giudice condanna.....” e che quindi la condanna al risarcimento si somma alla declaratoria di sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato (dal primo contratto a termine o meno, a seconda del tipo di invalidità).

Non è possibile altra interpretazione del termine “conversione”. Se il legislatore avesse voluto diversamente avrebbe infatti scritto in modo molto più semplice e tecnicamente corretto: “nel caso in cui accerti la nullità del termine, il giudice condanna....”; senza riferimento alla conversione del termine nullo.

Quindi il comma 5° postula l'avvenuta conversione a tempo indeterminato, che costituisce il presupposto del successivo riconoscimento del diritto a un risarcimento per il periodo pregresso e che viene limitato alla misura massima di 12 mensilità.

La norma contenuta nel comma 6° sembrerebbe deporre per un'interpretazione diversa del comma 5°, e cioè per un'interpretazione che limiti tutti gli effetti dell'accertamento della nullità del termine al risarcimento, il quale verrebbe limitato alla metà nel caso di presenza di clausole collettive che sanciscano un diritto di precedenza nell'assunzione a tempo determinato per coloro che sono già stati occupati con contratti a termine; in quanto il beneficio del diritto di assunzione limita il danno subito dal lavoratore e il conseguente risarcimento. D'altro canto la conversione giudiziale del contratto a tempo indeterminato renderebbe priva di effetto pratico la norma collettiva.

Ma così non può essere in quanto il comma 5° non può prestarsi a tale interpretazione, che sarebbe del tutto contrastante con il significato univoco del termine tecnico “conversione”, che indica una dichiarazione di nullità di una clausola contrattuale e una sostituzione della stessa con altra clausola valida, che nel caso di specie non può che essere riferita alla clausola appositiva del termine al contratto di lavoro.

Si può al contrario affermare che il legislatore con tale disposizione prende atto e sancisce l'orientamento giurisprudenziale, ormai consolidato anche in sede di legittimità, nel senso che la sanzione rispetto alla invalidità, sostanziale o formale, del termine è quella della conversione del contratto a tempo indeterminato.

D'altronde, anche nell'ottica dell'interpretazione che possiamo chiamare limitatrice, sarebbe del tutto ingiustificata e incomprensibile la riduzione alla metà del risarcimento. Infatti tale riduzione conseguirebbe in realtà non a un vero e proprio diritto di assunzione o a un'assunzione già realizzata, ma a una semplice esistenza di graduatorie di fonte contrattuale nelle quali il lavoratore potrebbe anche essere inserito senza però mai arrivare a beneficiarne.

Il comma 6° deve quindi trovare la propria interpretazione all'interno del quadro delineato dall'inequivoco significato tracciato dal comma 5°.

La norma attribuisce pertanto un risarcimento ridotto al lavoratore titolare di un contratto a termine convertito giudizialmente in contratto a tempo indeterminato, se tale lavoratore era già titolare di un diritto contrattuale a una futura assunzione a tempo indeterminato.

La ragione di tale limitazione risulta oscura e discriminatoria; essa può forse rinvenirsi nel fatto che la presenza della norma collettiva di tutela da un lato renda meno grave la condotta datoriale illegittima (proprio perchè il datore in qualche modo ha apprestato anche un rimedio al danno creato), dall'altro lato limiti il danno subito dal lavoratore il quale può aspirare in un tempo breve alla stabilizzazione del rapporto, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie.

La disposizione del comma 6° potrebbe ad esempio trovare un utilizzo pratico, che conferma tale interpretazione, nel caso di un lavoratore, assunto a tempo indeterminato per effetto della graduatoria prevista dal contratto collettivo, dopo un anno ad esempio dalla cessazione del rapporto a termine, il quale poi promuova giudizio per l'accertamento della nullità del termine e per il risarcimento del danno costituito dalle retribuzioni perdute tra la scadenza del contratto a termine e l'assunzione ottenuta in forza del Ccnl.

In tale caso il giudice, qualora converta il contratto a termine in rapporto a tempo indeterminato sin dall'origine, utilizzerà il comma 6° per limitare alla metà il risarcimento dell'anno in ipotesi vuoto, proprio perchè  grazie alla norma pattizia il lavoratore già aveva avuto il beneficio della stabilizzazione definitiva anche prima o in pendenza dell'azione giudiziale.

L'interpretazione, che appare l'unica possibile, lascia però ampio spazio alla incostituzionalità delle norma per violazione dell'art.3 Cost..
Ulteriore elemento di conferma della interpretazione dei commi 5° e 6° nel senso sopra indicato, si può trarre dal raffronto tra tali norme e quelle contenute nel Decreto Legge 25.6.2008 n.112, dichiarate costituzionalmente illegittime con la sentenza n.214 del 14.7.2009.

La norma incostituzionale recitava: “Con riferimento ai soli giudizi in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione, e fatte salve le sentenze passate in giudicato, in caso di violazione delle disposizioni di cui agli articoli 1, 2 e 4 (n.d.a.: del D.Lgs 368/01), il datore di lavoro è tenuto unicamente ad indennizzare il prestatore di lavoro con un'indennità di importo compreso tra....”

Sono evidenti le differenze: la vecchia norma non fa alcun cenno alla conversione del contratto a termine, ma solo alla violazione delle norme che dettano i requisiti formali e sostanziali dell'apposizione del termine. Inoltre ha cura di specificare che il pagamento dell'indennizzo è l'unica conseguenza di tale violazione.

La opposta formulazione del nuovo testo (conversione del contratto più risarcimento) rende palese che la legge ha un contenuto del tutto diverso e non sovrapponibile al precedente.

Milano 23 marzo 2010

Avv. Lorenzo Franceschinis

 

 

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