La CUB è stata convocata per un'audizione informale di fronte alla XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) della Camera dei deputati in riferimento alla proposta di legge di iniziativa popolare C. 4064 “Carta dei diritti universali del lavoro. Nuovo statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori” e alla proposta di legge C. 4388 Laforgia “Modifica dell'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e altre disposizioni concernenti la tutela dei lavoratori dipendenti in caso di licenziamento illegittimo”. 

 

Roma, 02.08.2017.
La posizione della CUB nell'intervento dal suo portavoce Marcelo Amendola.


Il progetto padronale volto a cancellare dal nostro ordinamento del lavoro l’esistenza di rapporti di lavoro stabili, ha avuto un cambio di passo già con la Riforma Fornero varata nel 2012.
Colpire l’art. 18, però, non era nient’altro che la punta dell’ice-berg, ancora sopravvissuta alla terra bruciata fatta intorno dalle varie riforme del mercato del lavoro che hanno esteso in maniera inverosimile la precarietà nelle aziende e nella società tutta.
Si era partiti con lo sdoganamento del lavoro somministrato e l’eliminazione della parità di trattamento negli appalti, per arrivare alla liberalizzazione dei contratti a termine e l’ultraflessibilità per i part-time.
La Riforma Fornero era però solo il primo passaggio: una parziale riduzione delle tutele per non apparire immediatamente troppo radicali, ed arrivare poi docilmente, senza particolare contrasto sociale, ad una loro quasi completa ablazione avvenuta con il Jobs Act del Governo Renzi.
Lo diciamo chiaramente: il Jobs Act è servito solamente a cancellare l’esistenza del lavoro stabile e a rendere i lavoratori ricattabili.
Infatti, che cosa abbiamo dopo due anni di Jobs Act?

Innanzitutto, nuovi contratti a tempo indeterminato che non garantiscono più lavoro stabile, dato che il licenziamento è stato liberalizzato: così è per i nuovi assunti dopo il 7 marzo 2015; così è anche per migliaia di vecchi assunti che, con i cambi d’appalto, si sono visti applicare il contratto a tutele crescenti dall’azienda subentrante.
In secondo luogo, si è registrato un aumento esponenziale dei licenziamenti soprattutto disciplinari: quasi 20.000 solo nel primo trimestre del 2017 che segnano un aumento del 50%, a Jobs Act ormai rodato, rispetto al 2015.
La Carta della CGIL e la p.d.l. n. 4388 vorrebbero avere certamente l’intento di riportare un po’ di “ordine” e tutele in quella giungla di precarietà che si è trasformato il mercato del lavoro italiano.
In entrambe, però, notiamo che non vi è la volontà di andare veramente a risolvere alla radice i problemi strutturali che attanagliano il mondo delle relazioni industriali del nostro paese.
Vi sarebbe infatti la necessità di una legge sulla rappresentanza sindacale veramente democratica, che è la condizione fondamentale per ridare effettività e vera rappresentatività all’attività sindacale nei luoghi di lavoro e, di conseguenza, alla contrattazione collettiva.
I lavoratori devono tornare liberi di poter scegliere a quali sindacati aderire e a cui conferire la rappresentanza dei propri interessi; ciò non può essere coscientemente manipolato, come avviene oggi, o in maniera unilaterale dai datori di lavoro, o tramite forme di conventio ad excludendum poste in essere con la complicità di altre oo.ss.
La soluzione, però, non può essere l’applicazione generalizzata del Testo Unico sulla Rappresentanza del 2014 e dei suoi meccanismi, come sembrerebbe suggerire la Carta e, in virtù del suo legame ad essa, anche la proposta di legge.
Il Testo Unico del 2014 è un accordo che si basa sull’autonomia privata delle parti stipulanti, e che la CUB ha rifiutato di sottoscrivere. In esso il sindacato, in favore della concessione della rappresentanza sindacale e dei privilegi che ne conseguono, accetta clausole di pace e sanzioni finalizzate ad una progressiva rimozione del conflitto sociale dai luoghi di lavoro.
L’intento è quello di snaturare il sindacato; trasformandolo da colui che difende, anche protestando, gli interessi dei lavoratori, in colui che deve garantire sempre e comunque la pace sociale in azienda, disarmando i lavoratori, in una fase storica dove diventano sempre più pressanti le richieste e i tentativi di rendere ordinaria e diffusa la contrattazione in pejus, cioè una contrattazione non più acquisitiva di diritti e di salario, ma che li fa perdere!
Una legge sulla rappresentanza sindacale veramente democratica, servirebbe anche a cancellare quelle regole che hanno permesso di costruire un sistema contrattuale di comodo che, sottraendo il potere della rappresentanza dalle mani dei lavoratori, ha consentito ad alcune oo.ss. di sottoscrivere, come nel caso del settore metalmeccanico, il peggior contratto collettivo dai rinnovi del 1962-1963.
La Carta della CGIL parla dell’obbligo di compensi equi fissati “in misura non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi”. Sarebbero forse equi i 3,50 € lordi all’ora previsti dal CCNL Servizi Fiduciari da loro sottoscritto? Sarebbero forse eque le tranches di aumenti che vanno da 1,30 € a 2,33 € lordi per i metalmeccanici? Sarebbe forse equo l’aumento di 2 ore settimanali di lavoro senza adeguati aumenti salariali per i lavoratori dell’Igiene Ambientale?
Non è quindi un caso se persino il Fondo Monetario Internazionale afferma che 1 italiano su 3 è a rischio esclusione sociale, dato che i salari medi sono scesi al di sotto dei livelli del 1995.

Non può essere infine nostra intenzione quella di meglio regolamentare il precariato diffuso e superfluo, come vorrebbe fare la Carta. Rapporti di lavoro, come nel caso più eclatante della somministrazione, trascendono le vere necessità di flessibilità delle imprese: servono solo a garantire una mano d’opera più docile e non sindacalizzata!
Per tutto questo non può essere interesse della Confederazione Unitaria di Base, sostenere un progetto puramente propagandistico utilizzato dalla CGIL come cartina di tornasole per mascherare il fallimento della propria strategia sindacale fatta di attendismi o, peggio, forme di consociativismo e collaborazione di classe, che hanno permesso l’approvazione nel nostro paese delle peggiori riforme antioperaie dagli anni ’70.
La “ricetta” della Confederazione Unitaria di Base, è molto chiara:
- Ripristino totale dello Statuto dei Lavoratori nella sua formulazione originaria, perché unica garanzia di dignità e democrazia nei luoghi di lavoro con alcuni piccoli accorgimenti: estensione della tutela “reale” dell’articolo 18 anche alle “piccole imprese”; estensione dell’art. 4 a tutti gli apparecchi tecnologici; limitare l’unilateralità dei trasferimenti.
- Abolizione dei contratti flessibili superflui.
- Promulgazione di una legge sulla rappresentanza sindacale veramente democratica, per riconsegnare ai lavoratori la libertà di scegliere quali oo.ss. devono rappresentarli, restituendo di conseguenza rappresentatività anche alla contrattazione collettiva.

Roma, 02.08.2017

Il portavoce della CUB
Marcelo Amendola.


Share this post
FaceBook